04-08-2026

Pasticceria: perché (per me) la frutta realistica è il paradosso della perfezione

C’è una differenza sostanziale tra un’immagine che racconta un prodotto e un prodotto che si conforma a un’immagine. Riconoscere questo slittamento non significa condannare l’estetica: significa non confonderla con la qualità

Ormai celebri creazioni di Cédric Grolet, il pas

Ormai celebri creazioni di Cédric Grolet, il pasticcere francese - ora anche in Italia, all'Airelles Hotel di Venezia - che, grazie anche all'uso dei social, ha determinato il boom della cosiddetta frutta trompe-l'œil, o frutta realistica, in pasticceria

C’è qualcosa di perturbante in una fragola che non ha difetti. Lucida, simmetrica, cromaticamente satura al punto giusto. Non una fragola vera, ma la sua versione più immediatamente riconoscibile: quella che esiste nell’immaginario collettivo prima ancora che nei campi. Il fenomeno della cosiddetta “frutta realistica” — emerso con forza negli ultimi tempi tra video, fotografie e vetrine digitali — è molto più di un’estetica di tendenza. È una spia culturale che rivela qualcosa di essenziale sul rapporto contemporaneo tra cibo, immagine e desiderio.

La natura, per definizione, è variazione. Ogni frutto porta con sé i segni del proprio tempo: una piccola ammaccatura, una sfumatura cromatica irregolare, una forma che sfugge alla geometria. Sono questi dettagli a raccontare l’origine, la stagione, il territorio. Eppure nell’estetica della perfezione visiva tutto ciò tende a scomparire, sostituito da superfici uniformi e colori che sembrano usciti da un campionario Pantone. Non si tratta di falsificazione, ma di qualcosa di più sottile: una semplificazione sistematica della complessità, operata nell’interesse dell’immagine.

Chi lavora in cucina lo sa meglio di chiunque altro. La qualità di un prodotto non si misura dalla sua fotogenenicità. Una pesca irregolare, con la buccia che inizia a cedere, può essere al culmine della propria espressione aromatica. Un grappolo d’uva asimmetrico può raccontare una vendemmia eccezionale. L’imperfezione non è un difetto da correggere: è informazione. È la firma di qualcosa che è esistito davvero, in un posto preciso, in un momento irripetibile.

Qui son stati un po' meno bravi di Grolet, almeno dal punto di vista estetico

Qui son stati un po' meno bravi di Grolet, almeno dal punto di vista estetico

Il paradosso emerge qui con tutta la sua forza. Più si ricerca il realismo visivo, più ci si allontana dalla realtà del prodotto. La fragola perfetta non rappresenta una fragola eccellente — rappresenta un’idea astratta di fragola, ripulita da tutto ciò che la rende viva, stagionale, autentica.

Per decenni la fotografia gastronomica ha cercato di valorizzare il prodotto nella sua unicità. Oggi accade il contrario: è il prodotto a doversi adattare alle esigenze dell’immagine. La sua leggibilità visiva conta quanto, se non più, della sua complessità gustativa. Un’inversione di priorità che ha conseguenze concrete — non solo comunicative, ma produttive — sul modo in cui certi ingredienti vengono coltivati, selezionati, commercializzati. Stiamo costruendo un’estetica del cibo che esclude sistematicamente ciò che il cibo, nella sua essenza, è: materia viva, soggetta al tempo, alla stagione, all’imperfezione del mondo naturale. Una fragola che non ammacca mai, una ciliegia priva di qualsiasi segno di maturazione, una pesca dalla buccia sempre tesa — non sono frutti migliori. Sono frutti svuotati della loro storia. E un cibo senza storia non ha nulla da raccontare a tavola.

Il rischio, allora, non è estetico. È culturale. Quando l’imperfezione smette di essere percepita come indice di qualità e diventa qualcosa da eliminare, cambia il modo in cui le persone imparano a riconoscere un prodotto. Cambia ciò che ci si aspetta dal mercato, dalla filiera, dalla terra. La perfezione visiva non è neutrale: educa uno sguardo, e quello sguardo, nel tempo, rieduca il palato.

L’immagine ha sempre preceduto il desiderio, è una delle costanti della storia della comunicazione umana. Ma c’è una differenza sostanziale tra un’immagine che racconta un prodotto e un prodotto che si conforma a un’immagine. Nel primo caso, la rappresentazione è al servizio della realtà. Nel secondo, è la realtà a farsi carico delle aspettative della rappresentazione. Questo slittamento — sottile, progressivo, raramente dichiarato — è ciò che il fenomeno della frutta realistica porta alla luce. Riconoscerlo non significa condannare l’estetica: significa non confonderla con la qualità.


Dolcezze

Anticipazioni, personaggi e insegne del lato sweet del pianeta gola

Matilde Sirch

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Matilde Sirch

classe 1999, dopo una laurea in comunicazione alla Iulm sceglie di passare dalla teoria alla pratica: prima la cucina, poi la pasticceria, che oggi rappresenta la sua quotidianità. Si forma tra la scuola di cucina e un diploma in pasticceria francese all’École Ducasse. In ogni tappa resta costante la passione per le parole e per il racconto, strumenti con cui cerca di dare voce al gusto e alle storie che può raccontare

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