Ho imparato da mio padre

Il passaggio intergenerazionale del mestiere. Ricordi rocamboleschi e un omaggio commosso

01-08-2012
Sebastiano Vasile con una spigola da lui stesso pe

Sebastiano Vasile con una spigola da lui stesso pescata. Fondò White Fish nei primi anni Ottanta nella periferia di Bari Nord. Oggi si chiama Porto Santo Spirito ed è un centro di raccolta e lavorazione del pescato locale, gestito dai figli Antonio e Vito Vasile

Sento l’obbligo di dovermi scusare con i lettori della mia rubrica per non aver scritto nulla negli ultimi mesi, ma la recente dipartita di mio padre ha scombussolato la mia vita privata e professionale. Ho deciso di pubblicare questa lettera perché sento il bisogno di ringraziarlo: senza di lui non sarei quello che sono, e non avrei quell’esperienza che oggi mi consente di fare il mio lavoro. Se oggi scrivo sul sito di Identità Golose lo devo soprattutto a lui e alla competenza che mi ha permesso di maturare.

Il professor Sebastiano Vasile, detto Nino, figlio di pescatori alla terza generazione, insegnava “applicazioni tecniche” in un istituto di scuola media superiore e contemporaneamente faceva il ristoratore. Ma la sua passione era la pesca, il vecchio mestiere di mio nonno Antonio e di suo nonno Sebastiano. La mia è ancora una famiglia patriarcale, in cui il primogenito maschio porta il nome di suo nonno. Mio figlio, infatti, si chiama Sebastiano, come il nonno e il trisavolo.

Negli anni Novanta, mio padre cede il ristorante al fratello e investe in un progetto nel settore ittico che tutt’ora porto avanti. Inizio a lavorare al suo fianco ancora 15enne, ma mi trovo a gestire due vite parallele e opposte: quella del Liceo classico e quella del mercato del pesce. Ho dovuto imparare il dialetto per potermi far capire nei mercati notturni, e avevo un look ad hoc per mimetizzarmi tra i pescivendoli.

Voleva insegnarmi tutto e in fretta, voleva che io facessi tutte le esperienze possibili. Era certo, infatti, che solo vivendo il mondo del pesce dall’interno avrei potuto capirne i meccanismi. Mi diceva sempre: «Chi ti tira fuori dalla mer… non sempre lo fà a fin di bene, chi ti ci mette non sempre lo fa per male” giustificando, così, il suo modo di fare nei miei confronti. La sua passione erano i viaggi, quelli di lavoro ovviamente, più erano difficoltosi e scomodi e meglio mi avrebbero formato. E così sono stato travolto da una serie di “giri” che mi hanno visto, ancora ragazzo, viaggiare per l’Europa tra fiere, allevamenti, porti e mercati del pesce.

Antonio e Sebastiano Vasile a Bruxelles, teatro della Seafood Expo

Antonio e Sebastiano Vasile a Bruxelles, teatro della Seafood Expo

Nell’estate del 1992, quasi come un viaggio premio per essermi diplomato, appena 18enne salivo su un camion frigorifero per recarmi in Croazia: era appena iniziata la guerra di Bosnia. Un’esperienza sicuramente indimenticabile, ma al tempo stesso inconcepibile per i giorni nostri. Viaggiavo su un camion per il trasporto di pesce di un commerciante amico di mio padre, con due autisti conosciuti esattamente il giorno della partenza. Eravamo diretti a Zara per caricare branzini d’allevamento, per poi rientrare via terra facendo sosta al mercato di Chioggia. Dormii in un hotel presidiato dalle truppe Nato e passai la notte a osservare i bombardamenti con missili traccianti sparati a soli 100 km di distanza. Rientrai in Italia via terra e fu un viaggio lungo e tortuoso tra villaggi distrutti, aerei schiantati nelle montagne, camion caduti nelle scarpate e posti di blocco come quelli che si vedono nei filmati della seconda guerra mondiale. Non capivo, se mio padre fosse incosciente o inconsapevole, so solo che dopo i miei racconti di viaggio mi disse: «ora tutti gli altri viaggi ti sembreranno turistici».

A 20 anni accettai, con la collaborazione del dottor Salvatore Porrello dell’Icram (Istituto di Ricerca Applicato al Mare), di trasportare con un mezzo speciale per pesce vivo, 25 riproduttori di ricciola da Capo d’Orlando in Sicilia sino all’isola di Creta, da cui poi avrei caricato 700 avannotti di pagro da 20 grammi da riportare indietro. Sei giorni di viaggio, 5mila km percorsi e 30 ore di traghetto e sveglia ogni 2 ore per controllare che l’ossigeno fosse abbastanza per mantenere il pesce vivo. A Capo d’Orlando arrivammo di sera e fummo scortati dall’esercito sino all’allevamento: il proprietario aveva denunciato la mafia e viveva sotto scorta. Giunti a Patrasso in traghetto da Bari, viaggiammo in camion sino ad Atene, dove avremmo dovuto imbarcarci su un traghetto per Creta.

La polizia locale mi impedì di salire sul traghetto passeggeri, ritenendo infiammabile il bombolone d'’ossigeno istallato sul nostro camion. Nonostante i miei sforzi per far capire che l’ossigeno non era pericoloso, fummo imbarcati su un traghetto merci per soli camion senza cabine. Dormimmo nelle cabine dell’equipaggio (che vi lascio immaginare) e cenammo con loro in una situazione igienica precaria: ricordo che il cuoco faceva anche il meccanico della nave… Il tutto finì con tante risate quando socializzammo con l’equipaggio davanti a un terribile caffè turco. Arrivammo a Creta in orario e raggiungemmo il prestigioso Istituto di biologia di Iraklio, dove un'équipe di ricercatori francesi aspettava con ansia l’arrivo del prezioso carico di riproduttori di ricciola del Mediterraneo. Caricati i pagri da riportare in Sicilia, il viaggio di ritorno fu molto più tranquillo con una breve sosta sul canale di Corinto per una foto ricordo.

La casa di Salvador Dali a Figueres

La casa di Salvador Dali a Figueres

Con lo stesso camion sono stato a Sant Pere Pescador, in Spagna, vicino a Girona, non per andare a pranzo dal giovane Ferran, ma per caricare 10mila avannotti di branzino da seminare nella laguna di Lesina e Varano. Tutta l’Italia e la Francia in camion in un viaggio lungo e faticoso che vide l’autista protagonista di una scenetta tragicomica quando la Guardia Civil spagnola, contestandogli le ore di viaggio, voleva arrestarlo e trattenerlo in carcere per una settimana. Tra le lacrime dell’autista e la rigidità delle guardie riuscii a trovare un compromesso e pagai una salatissima multa come fosse una cauzione per riportare l’autista a casa. Ricordo che mi recai in banca per prelevare la somma di denaro con una carta di credito e l’unica nota piacevole in tutto questo fu che la banca era a Figueres, adiacente alla dimora di Salvador Dali, che ammirai per qualche minuto prima di riprendere la strada del ritorno.

Innumerevoli sono stati a seguire i miei viaggi, sempre meno in camion e sempre più comodi. Tra questi uno ormai è una tappa fissa ogni anno e si tratta del Seafood Expo di Bruxelles, la fiera ittica più importante del mondo alla quale partecipo dalla sua prima edizione e cioè circa 20 anni fa. Fu proprio in quell’occasione che, con mio padre al fianco, mi trovai addirittura a dover intervenire in una conferenza come più giovane rappresentante di un’azienda italiana, a parlare in inglese davanti a migliaia di persone, impaurito. Lui mi sosteneva: «Parla, non ti preoccupare. Andrà bene».

Oggi sono padre di due figli e, con tutte le precauzioni necessarie, cerco di metterli appena posso alla prova. Sono un genitore esigente sull’educazione, e sono certo che trasferire loro un po’ dell’esperienza vissuta con i nonni sia fondamentale per affrontare le difficoltà della vita. In Puglia si dice: «Mazzate e panelle fanno le figlie belle», cioè "bastonate e dolcezze rendono le figlie più belle". Non so quanto il detto sia attuale, ma di sicuro la capacità di risolvere problemi di adattamento e di vita a differenti livelli sociali che mio padre mi ha insegnato, oggi fanno di me quello che sono.


Rubriche

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