New York (big) fish market

Un itinerario tra i mercati ittici della Grande Mela. Tra vongole giganti e artisti emozionanti

11-04-2012
L'ex mercato di Fulton Market a New York nello spl

L'ex mercato di Fulton Market a New York nello splendido acquerello di Naima Rauam, "artista di pomeriggio, pescivendola al mattina". Per motivi logistici, il celebre punto di smercio ittico sull'East River a Manhattan è stato trasferito nel 2005 nel quartiere del Bronx

Quando si visita un nuovo paese si dice che, per entrare in sintonia con le abitudini di chi ci vive, bisogna visitare il mercato cittadino. Bene, anche per deformazione professionale, ogni volta che sono in un paese che non conosco, finisco per girovagare, di notte, nei mercati del pesce. Ero diretto a Boston, per uno dei più importanti Seafood expo del mondo e, facendo tappa a New York, qualche venerdì fa sono andato nel Bronx, accompagnato da Joe Buonadonna della Samuels and Son Seafoo (chi ha un ristorante negli Stati Uniti non può non conoscerli). Girovagare di notte per Manhattan è già di per sé emozionante ma attraversare il Bronx per arrivare al nuovo Fulton Fish Market è stata un'esperienza da brivido.

Il vecchio mercato nasce nel 1822 sul mare nei pressi di Wall street, sull’East River, ma nel 2005, per evitare cattivi odori e l’indesiderato traffico notturno è stato trasferito appunto nel Bronx. Un mercato enorme, con centinaia di camion e tanto, tanto pesce. Dal pescato locale all’importato scozzese o giapponese, all’asiatico o neozelandese, il mercato offre prodotti ittici rivolti a tutte le differenti etnie che di giorno popolano la Grande Mela: granchi del Massachussets, capesante del Maine, tonni asiatici, ricciole giapponesi e persino branzini dalla Grecia.

Quando si parla di America, la prima cosa che si dice è che tutto è molto grande, e in effetti è proprio così perché i frutti di mare sono enormi rispetto a quelli europei: le vongole non stanno in una mano e le uova di riccio sono più grandi di un pollice. Il mercato del pesce era vivo, non era una semplice esposizione inerte: c’era chi sfilettava al momento tonni bellissimi, chi sgusciava frutti di mare e chiaramente chi urlava per vendere. Una cosa che mi ha veramente stupito è stato vedere utilizzare buste vergini di mangime per animali come buste impermeabili per confezionare il pesce: è “l’innovazione statunitense” (da noi infatti si usano ancora le buste nere dell’immondizia).

Non meno entusiasmante del mercato notturno sono i mercati del centro città, primo tra tutti il Chelsea market, dove il reparto pescheria è un magazzino a parte con climatizzazione da cella frigorifera. Si acquista il pesce sfilettato, il sushi con riso integrale fatto al momento o, perché no, un astice bollito da consumare proprio tra i banchi di pesce. Molto bello anche il Farmer’s market che dal 1976 è a Union square, in cui è vero che l’agricoltura la fa da padrona, ma ho anche scovato un originalissimo banco del pesce “ermetico” in cui a vendere c’era una bella e simpatica pescivendola. Meno bello, ma senza dubbio particolare il modo di vendere pesce a Chinatown: l’igiene non è il massimo ma se volete preparare un brodo di tartaruga o dei rospi freschi fritti, troverete ciò che fa per voi. A New York ho visitato molti ristoranti, dal più famoso Eleven Madison Park all’Esca, un fine ristorante di pesce italian style, ma sono rimasto stupito da uno dei Momofuku, il Ssäm bar sulla seconda strada, dove in un ambiente per nulla formale ho mangiato una magica Ombrina marinata con kumquat e perle di riso croccante.

Il mio viaggio americano si è concluso a Boston, cittadina marinara più tranquilla e molto inglese, dove, mi dice Cristina appena arrivata da Salerno per lavorare da hostess in un hotel, «si vive benissimo, tra mare e campagna, proprio come in Campania». Visitando il Seafood Expo, comunque figlio minore del più importante European Seafood che si tiene ogni anno in aprile a Bruxelles, tra una stravagante moto gambero e una croccante pelle di cocomero di mare, ho potuto assaggiare ottime vongole servite con pop corn, dei sublimi gamberi fritti locali dal guscio molle e la più grassa e più buona ricciola della mia vita: cruda, servita su un nigiri di riso caldo.

Ma è proprio tra un espositore e l’altro della fiera di Boston che ho capito che il mio viaggio aveva un filo conduttore ben preciso. Incuriosito, infatti, da quadri dai colori caldi, ho conosciuto un’artista straordinaria, che come me ha la passione del mercato del pesce. Si chiama Naima Rauam e si presenta con la frase «arte di pomeriggio pesce di mattina» e documenta dal 1960 con degli acquerelli meravigliosi la storia di uno dei mercati più grandi del mondo, quello di New York quando era appunto sull’East River, di fronte al ponte di Brooklyn. Solo per questo, verrebbe voglia di tornare negli Usa al più presto.


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