La poetica della luce

Davide Groppi racconta la sua storia. Da una lampada costruita per gioco al grande successo

26-06-2015
Davide Groppi nel 2012 ha curato l'illuminazione d

Davide Groppi nel 2012 ha curato l'illuminazione della nuova Osteria Francescana di Massimo Bottura. Da quel lavoro sono nate due lampade, Sampei e Nulla, che nel 2014 hanno vinto il prestigioso premio Compasso D'Oro ADI. La lampada che si trova invece nel ristorante di Identità Expo, la Tetatet, è stata selezionata per il prossimo Compasso D'Oro, che verrà assegnato nel 2017

Chi in questi mesi avrà modo di passare dal temporary restaurant di Identità Expo S.Pellegrino, potrà sentirsi a proprio agio in un ambiente elegante e raffinato, oltre ad approfittare della bontà dei piatti preparati dai tantissimi chef che saranno nostri ospiti. Un ambiente che è stato resto tale anche e soprattutto grazie alla collaborazione con importanti e prestigiosi partner. Tra questi oggi vogliamo parlarvi di Davide Groppi, le cui lampade, in particolare le Tetatet, si trovano su tutti i tavoli del nostro ristorante, e con cui abbiamo avuto una piacevolissima conversazione.

«Mi chiedono spesso - inizia spiegandoci Davide Groppi - come abbia deciso di iniziare a fare lampade, e non ho mai una risposta precisa. Il fatto è che mio papà mi insegnava a costruire le cose e una volta costruimmo insieme una lampada. Mi ricordo che questo mi aveva sinceramente emozionato. Così quando si è trattato, a 25 anni, di decidere cosa fare della mia vita - ero un po' hippy al tempo, e forse in parte lo sono ancora - decisi di aprire questo laboratorio a Piacenza. Questo è stato il mio primo e unico lavoro.»

Hai preso la decisione giusta allora...
«Ho avuto anche la fortuna nel tempo di incontrare delle persone che hanno contribuito molto a fare sì che questo diventasse un vero lavoro per me. La prima è stata Maddalena De Padova, nel 1994. Lei è sempre stata un punto di riferimento nel nostro settore e selezionando delle mie lampade per il suo meraviglioso negozio in Corso Venezia a Milano mi ha permesso di far conoscere in modo professionale e prestigioso quello che stavo facendo.»

E' stata una svolta importante per te?
«Da lì sono partite molte altre cose, il rapporto con la Boffi, con Paola Lenti, con molti altri. E' stato il primo, fondamentale passo per trasformare un piccolo laboratorio in cui ero da solo in un'azienda con 20 dipendenti che lavora in tutto il mondo.»

Un dettaglio della lampada Tetatet nel temporary restaurant di Identità Expo

Un dettaglio della lampada Tetatet nel temporary restaurant di Identità Expo

Quando hai iniziato questo percorso quali erano i tuoi obiettivi e le tue idee?
«Di sicuro sono stato animato, in senso buono, da un'ambizione bruciante: volevo affermare le mie idee e un mio modo di fare. Oltre a questo credo di avere sempre avuto un certo senso estetico unito alla capacità manuale di costruire le cose, due elementi fondamentali perché in fondo io sono un autodidatta e ho potuto così sviluppare la mia poetica.»

Come racconteresti questa poetica?
«Per me è l'insieme delle estetiche e dei significati. Le estetiche derivano dai quattro ingredienti principali del mio lavoro: semplicità, leggerezza, emozione e invenzione. In ogni lampada che ho pensato e che pensiamo oggi, insieme alle altre persone con cui ho la fortuna di lavorare, almeno una di queste quattro cose c'è. Poi ci sono i significati: io non parto mai dall'idea di una lampada, ma da un'ispirazione che può arrivare da un quadro, da una lettura, da un incontro, da un materiale. Per questo dico spesso che nascono prima i nomi delle lampade stesse: per me le parole sono importantissime.»

Come è nato il rapporto con la ristorazione?
«La ristorazione non è forse un business fondamentale per l'azienda, ma certamente è un argomento importantissimo. Il rapporto è iniziato per caso: io non sapevo che Massimiliano Alajmo aveva illuminato casa sua con dei nostri prodotti. Poi però mi hanno chiamato per rifare l'illuminazione delle Calandre e da lì si è aperto un filone per me davvero entusiasmante.»

"La cena in Emmaus" di Caravaggio è stata un'ispirazione importante per Davide Groppi, in particolare per l'illuminazione dei ristoranti con cui ha collaborato

"La cena in Emmaus" di Caravaggio è stata un'ispirazione importante per Davide Groppi, in particolare per l'illuminazione dei ristoranti con cui ha collaborato

Sono moltissime infatti le collaborazioni con grandissimi ristoranti...
«Per gli Alajmo abbiamo curato recentemente anche l'illuminazione del loro bistrot di Parigi. Poi sempre per caso ho conosciuto Moreno Cedroni, collaborando così per il Clandestino. Ed è stata in quell'occasione che è nata la lampada a batteria Tetatet che si trova sui tavoli di Identità Expo. Poi l'Osteria Francescana di Massimo Bottura, e sempre con lui anche il suo ristorante a Istanbul, e poi ancora la Torre del Saracino con Gennaro Esposito, Giancarlo Perbellini, i fratelli Costardi, e anche I due buoi del vostro executive chef Andrea Ribaldone.»

Quali sono le idee che cerchi di declinare quando pensi all'illuminazione di un ristorante?
«Mi è capitato di raccontare spesso come aver rivisto un giorno a Londra il quadro di Caravaggio "La cena di Emmaus" mi abbia ispirato molto. Da lì è nato un paradigma, un metodo, che ancora oggi propongo agli chef con cui collaboro. La luce di Caravaggio è qualcosa di incredible e io cerco di portarla nella sala di un ristorante, provando a spiegare a uno chef come cambiare il senso di quella sala, come far diventare la luce un ingrediente della cucina, capace sia di valorizzare il lavoro di un cuoco, sia di offrire ai clienti un'esperienza multisensoriale.»


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