Sono passati 15 anni dalla prima edizione di “Grandi cuochi all’Opera” ma l’emozione ogni volta è identica. Domenica 18 ottobre scorso, sono stati 204 i benefattori e buongustai che hanno preso un posto a tavola al pranzo dell’Opera San Francesco di Milano, concertato qualche giorno dopo un anniversario importante: gli 800 anni dalla morte del santo di Assisi, il suo "transito”, precisa il lessico teologico-cristiano.
A cucinare, è intervenuto un quartetto di cuochi speciali, non tanto per le stelle Michelin che sommavano (9 più le 3 di Tonino Cannavaccuolo, che ha spedito in sua assenza un apprezzatissimo Vesuvio, panettone salato) ma per il cuore grande e la capacità di spendersi in prima persona: Lorenzo Sirabella (Dry Milano), Massimo Bottura (Osteria Francescana, Modena), Riccardo Monco (Enoteca Pinchiorri, Firenze) e la famiglia Cerea (DaVittorio a Brusaporto, Bergamo), chiamati da Identità Golose. Sono venuti per omaggiare il lavoro di un’associazione che, dal 20 dicembre 1959 in viale Piave a Milano cerca di sostenere le persone più fragili. Un impegno monstre e sotto silenzio, che nel solo 2025 ha accolto oltre 29mila persone, provenienti da 144 paesi del mondo, con due mense che, sotto la regia del cuoco di casa Francesco Bonacci, hanno preparato e distribuito ogni santo giorno (è il caso di dire) una media di 2.500 pasti, somministrato 84 docce e 26 cambi d’abito. Senza contare il lavoro del poliambulatorio, che ha garantito in media 118 visite giornaliere, pensando naturalmente alla distribuzione dei farmaci.

204 il numero di presenti. La cena è finita soldout in pochi giorni. L'offerta minima era di 150 euro

Fra Marcello e Massimo Bottura

In primo piano, Riccardo Monco e Francesco Cerea

Francesco Bonacci, cuoco storico di OSF, con Lorenzo Sirabella
«Siamo molto felici», precisava prima di dare il via alle danze golose l’infaticabile
Fra Marcello Longhi, «perché questo è uno di quei rari momenti che regala uno sguardo buono e intelligente ai nostri poveri. Ci aiuta a garantire loro una vita decente. A evitare che sprofondino nel degrado. Ad assegnare loro un’importante occasione di riscatto». Un compito sempre più difficile, in verità, spiegava il frate cappuccino presidente di OSF: «Ogni anno il numero di persone che chiede il nostro aiuto aumenta. Dopo i bisognosi di nazionalità peruviana, che mettono assieme il 24% del totale dei nostri assistiti, ci sono per la prima volta gli italiani, purtroppo in crescita, al 14%. Sono spesso anziani, persone cui non basta la pensione».
Gli spazi di viale Piave non riescono più a contenere tutte i flussi di bisognosi crescita: «Stiamo aspettando da 3 anni il permesso della Commissione Paesaggistica del Comune di Milano per costruire una seconda sede in via Iglesias. Speriamo arrivi presto, sarebbe molto importante. Quando arriverà, occorreranno altri 3 anni per costruire una nuova struttura. Prevederà anche un servizio di psichiatria e psicologia, servizi ora sacrificati. E iniziative più strutturate, che aiuteranno persone a proseguire percorsi già avviati qui da noi e tanto altro».
Un altro tema è la scarsa tolleranza di alcuni condomini di viale Piave: «Purtroppo qualcuno è infastidito dalle code che si creano fuori dall’Opera. Qualcuno ha anche detto che dovremmo traslocare dal centro di Milano agli allevamenti dismessi di maiale nel Cremonese. Ma è una piccola minoranza per fortuna. La
Milan col coeur in man deve alzare ancora di più la sua voce per sovrastare quella degli haters».
Gli applausi (i boati) di domenica per i piatti e i loro autori erano lì a dimostrare che la
Milan col coer in man c’è sempre, e questo è il conforto più grande per i frati dell’Opera e per i 1.350 volontari impegnati. Arrivederci all’anno prossimo.

Il Vesuvio salato alla pizzaiola di Antonino Cannavacciuolo

La Focaccia tonnata e la Montanarina allardiata di Lorenzo Sirabella

I Tortellini Modenesi di Massimo Bottura

Il Pollo fondente alla cacciatora con cremoso di cavolfiore e tartufo nero, di Riccardo Monco

Il Montebianco a cura della famiglia Cerea