Tra le novità dell'edizione 2026 di Identità Milano si inserisce anche Identità di Territorio, il nuovo spazio nato dalla collaborazione con Berlucchi Franciacorta e pensato per dare voce a professionisti che hanno fatto del rapporto con la loro terra d’origine, uno degli elementi centrali del proprio lavoro. Un laboratorio di confronto che raccoglie l'eredità del Premio Identità di Territorio e la trasforma in un luogo di dialogo tra cuochi, produttori e operatori capaci di raccontare, attraverso esperienze diverse, il valore culturale e gastronomico delle comunità in cui operano.
Ad aprire la mattinata è stata Cristina Ziliani, Vice President & Head of Corporate Relations di Berlucchi Franciacorta, che ha spiegato le ragioni che hanno portato l'azienda a sostenere questo progetto. Per la storica cantina franciacortina il legame con Identità Golose non si esaurisce nella sola partnership con il congresso, ma trova le proprie radici in una visione comune che riconosce nel territorio uno dei principali patrimoni della gastronomia italiana.
«La ristorazione italiana ha saputo dare risalto a quelle che sono le peculiarità dei nostri territori», ha ricordato Ziliani, sottolineando come proprio questa capacità rappresenti una delle grandi ricchezze del nostro Paese.
Nel suo intervento ha tracciato un parallelo tra il percorso compiuto da Berlucchi e quello di molti cuochi contemporanei. Ripercorrendo la storia dell'azienda, nata nel 1955 dall'incontro tra suo padre Franco Ziliani e Guido Berlucchi, ha ricordato come la scelta di produrre un metodo classico in Franciacorta rappresentasse allora una vera scommessa. In un territorio dove la produzione vinicola era prevalentemente orientata ai vini rossi, immaginare una vocazione per le bollicine significava guardare oltre i confini dell'esistente e costruire una nuova identità.
«La rivoluzione che hanno portato lì, ha creato davvero una nuova identità a quella terra», ha affermato, evidenziando come innovazione e rispetto delle origini possano procedere insieme.
Da qui il legame con il tema del congresso, "Identità Future – La libertà di pensare". Una libertà che, secondo Ziliani, accomuna il lavoro dei grandi cuochi e quello di chi ha contribuito a trasformare la Franciacorta in uno dei territori vitivinicoli più riconosciuti d'Italia. Un percorso costruito sulla capacità di immaginare il futuro senza recidere il legame con il luogo da cui tutto ha avuto origine.
Sette i relatori che si sono alternati sul palco di Identità Milano per parlare di territorio: tra i primi che vi raccontiamo, Virginia Cattaneo e Riccardo Forapani del Cavallino di Maranello, Mattia Pecis di Cracco Portofino e Paolo Griffa del Caffè Nazionale di Aosta.
VIRGINIA CATTANEO E RICCARDO FORAPANI, Ristorante Cavallino, Maranello
A inaugurare il ciclo di incontri sono stati Virginia Cattaneo e Riccardo Forapani del Cavallino di Maranello, il progetto nato dalla collaborazione tra Ferrari e Francescana Family. Un intervento che mostra come il territorio possa essere narrato anche attraverso linguaggi apparentemente lontani dalla cucina, trasformando il mondo dell'automobile in una fonte di ispirazione gastronomica.

Sul palco di Identità di Territorio, Virginia Cattaneo e Riccardo Forapani, entrambi al timone della cucina del Cavallino assieme a Luca Torretta, giornalista, che ha moderato i diversi interventi
«Per noi il territorio è sempre stato un punto di partenza. Dal primo giorno in cui abbiamo messo piede al
Cavallino, abbiamo pensato che potesse essere il nostro punto di forza», spiega
Forapani. Da questa consapevolezza è nato
Supercar, il menu che negli ultimi mesi ha animato la tavola del ristorante e che ha preso forma grazie alla collaborazione con il
Centro Stile Ferrari.

La chef Virginia Cattaneo
Il progetto trova origine dall'osservazione delle vetture più iconiche della casa di Maranello e dalla ricerca di punti di contatto tra il mondo dell'automobile e quello della cucina. «Siamo partiti dalle vetture, ma anche dal colore
rosso Ferrari, quindi dagli anni di uscita sul mercato di queste splendide automobili», spiega
Virginia Cattaneo, illustrando il percorso che ha portato alla nascita delle preparazioni dedicate a modelli come
GTO, F40, F50, Enzo, LaFerrari e
F80.
Ogni vettura è diventata uno spunto per raccontare ingredienti, forme e suggestioni differenti. Particolarmente significativo il piatto dedicato alla Enzo, un ponte ideale tra Emilia e Giappone, tortellini e marubini accompagnati da un dashi emiliano realizzato con prosciutto, croste di Parmigiano Reggiano e katsuobushi. Un esempio di come il territorio possa dialogare con altre culture senza perdere la propria identità.
Lo stesso approccio è emerso nel piatto dedicato a LaFerrari, dove vegetale, pesce e carne convivono nella stessa preparazione. «Ci interessava raccontare l'unione di più mondi, proprio come fa questa vettura», sottolinea Cattaneo durante la presentazione.

Speedform, una bavarese allo zabaione con cuore di aceto balsamico e ciliegie marasche: il dessert che omaggia il futuro, ma soprattutto le radici emiliane
Tra gli assaggi proposti in sala,
Speedform, un dessert ispirato ai prototipi della casa automobilistica e alla celebre frase di
Enzo Ferrari secondo cui la macchina più bella è sempre quella che deve ancora essere costruita. «Le parole di
Enzo Ferrari sul futuro ci hanno permesso di lavorare a fondo con il
Centro Stile e capire che nella
Speedform c'è solo una cosa che conta: quello che deve ancora arrivare», racconta
Forapani. Si tratta di una
bavarese allo zabaione con cuore di aceto balsamico e ciliegie marasche che omaggia contemporaneamente il futuro e le radici emiliane.

Carrozzeria: spaghettino con miso di croste di Parmigiano, infusione di latte, peperoncino, lemongrass, olio all'aglio e polvere di rose
La seconda preparazione realizzata sul palco è stata
Carrozzeria, uno spaghettino nato dall'incontro con gli artigiani della storica
Scaglietti. «Pensavamo di trovare un'azienda completamente automatizzata. Invece abbiamo trovato ancora i battilamiera, persone che lavorano a mano e danno eleganza e continuità alle linee dell'auto», racconta
Forapani parlando della visita alla storica carrozzeria modenese. Un'esperienza che ha ispirato un piatto costruito attorno a un miso di croste di Parmigiano, infusione di latte, peperoncino, lemongrass, un olio ottenuto dalla parte verde dell'aglio, polvere di rose e una foglia d'argento finale che richiama le superfici delle vetture Ferrari.
«C'è molta libertà di pensare e anche molta libertà di sbagliare», conclude Forapani. Una libertà che, nel caso del Cavallino, parte dal territorio emiliano per immaginare nuove strade e forme di racconto gastronomico inedito.
MATTIA PECIS, Cracco Portofino (Genova)
«Portofino non è solo mare. È montagna, collina, roccia, terrazzamenti, agricoltura eroica». Parte da qui l'intervento di Mattia Pecis, chef di Cracco Portofino, con una riflessione che ha ribaltato l'immagine più comune della celebre località ligure, spesso associata soltanto al turismo e alla costa, per raccontarne invece la complessità agricola, paesaggistica e produttiva.
Da cinque anni il progetto gastronomico di
Cracco Portofino si muove seguendo una direzione molto precisa: costruire una cucina che nasca esclusivamente da ciò che il territorio è in grado di offrire. Una scelta che ha portato il ristorante a lavorare solo con il pesce proveniente dall'
Area marina protetta del Parco di Portofino e con i prodotti coltivati negli orti terrazzati curati da
Fabio e
Federica, custodi di un'agricoltura definita dallo stesso
Pecis "eroica".

Tonno rosso locale frollato venti giorni proveniente dall'area marina protetta del Parco di Portofino
Il primo assaggio proposto al pubblico è un
Tonno rosso locale frollato venti giorni e accompagnato da un ceviche realizzato con cinque agrumi diversi provenienti dalla Riviera ligure.

Tonno rosso come un ceviche alla ligure
Un piatto nato dall'incontro tra il pescato del territorio e le suggestioni raccolte durante i viaggi dello chef in Sud America, ma sempre fondato sulle materie prime locali.
Accanto al mare, grande spazio è stato dedicato agli agrumi, uno dei temi centrali della ricerca portata avanti da Pecis negli ultimi anni. «Al ristorante non usiamo vaniglia, ci siamo limitati a utilizzare ciò che proviene dalla Liguria, nient'altro di più», spiega lo chef, raccontando il lavoro svolto su limoni, chinotti e pompelmi.

Il grandioso lavoro di Mattia Pecis sugli agrumi
Un percorso iniziato nel 2021 che ha portato alla sperimentazione di diverse tecniche di conservazione e trasformazione, dagli agrumi sotto sale a quelli ossidati per sei mesi, fino alla polvere di chinotto tostato utilizzata come alternativa alle spezie tradizionali.
Il pubblico ha potuto "assaporare" questi processi in degustazione, e successivamente in un
Risotto che lavora proprio sulle diverse espressioni del chinotto, utilizzato in forma ossidata, in conserva e tostato. Un esempio concreto di come un singolo ingrediente possa diventare il punto di partenza per una ricerca identitaria profonda.
Altro protagonista della masterclass, l'orto di Portofino da cui provengono ortaggi, erbe aromatiche, fiori ed essenze utilizzati quotidianamente in cucina e persino negli allestimenti della sala. A rappresentarlo è stato un piatto dedicato alla Zucchina ligure accompagnata da pinoli, basilico, maggiorana, anice selvatico e fiori coltivati direttamente nei terreni che riforniscono il ristorante.
Dietro questa filosofia c'è una scelta precisa. «Noi non scriviamo mai nulla: quello che c'è, è quanto viene proposto quotidianamente nel nostro menu», racconta Pecis. Un approccio che rinuncia alle comodità di una carta immutabile per seguire i ritmi del mare, dell'orto e delle stagioni. Perchè l'identità di un territorio non nasce dalla ripetizione di stereotipi gastronomici, ma dalla capacità di osservare, comprendere e valorizzare ciò che ciascun luogo offre ogni giorno.
PAOLO GRIFFA, Paolo Griffa al Caffè Nazionale, Aosta
Dal palco di Identità di Territorio, Paolo Griffa del Caffè Nazionale di Aosta, affronta uno dei temi più complessi della cucina contemporanea: come continuare a raccontare un territorio senza trasformarlo in un esercizio di nostalgia.
Per lo chef piemontese trapiantato in Val d'Aosta, il rischio c'è. La cucina di territorio può diventare facilmente una fotografia immobile del passato, incapace di dialogare con il presente. Per questo il suo lavoro parte da una convinzione precisa: «Abbiamo deciso di non replicare quanto abbiamo ricevuto in passato, ma di portare una nostra visione di quello che è il territorio visto dai nostri occhi».
Una filosofia che nasce anche dalla composizione della brigata del Caffè Nazionale, formata da professionisti provenienti da esperienze e culture differenti. Uno sguardo esterno che permette di osservare ingredienti e tradizioni valdostane senza i vincoli imposti dall'abitudine, mantenendo il rispetto per il luogo d'accoglienza, lasciandosi la libertà di sperimentare. «Vogliamo offrire ai nostri ospiti un'esperienza contemporanea», spiega Griffa.
Come raccontare, quindi, la montagna? Semplice: attraverso
le conifere. Larice, abete rosso, pino mugo, cirmolo e ginepro diventano il punto di partenza di una ricerca che unisce tradizione popolare e studi botanici. Durante la masterclass mostra le diverse tecniche sviluppate negli anni per valorizzare gemme, cortecce e pigne: dagli sciroppi ottenuti da pigne verdi e gemme di pino lasciati maturare al sole anche per anni, alle emulsioni di abete rosso, fino all'estrazione degli oli essenziali e agli infusi realizzati con larice e cirmolo.
Il pubblico è stato coinvolto attraverso una degustazione dedicata proprio a queste lavorazioni per poi arrivare al dessert finale: è così che Griffa dimostra concretamente come ingredienti spesso ignorati possano diventare strumenti gastronomici capaci di raccontare il paesaggio alpino.
Dietro questo lavoro c'è una riflessione più ampia sul valore della stagionalità. «Ormai il lusso nella ristorazione non è avere sempre tutto a disposizione. È trovare qualcosa che sia unico, autentico e che rispecchi il ciclo della natura». Per spiegare questo concetto, Griffa porta l'esempio dei mirtilli raccolti in alta quota: «Quando andiamo a raccogliere i mirtilli in montagna ad agosto, durano una o due settimane e basta. Se li servi in quel momento, avranno un gusto e una consistenza unici. Poi possiamo conservarli, seccarli, trasportarli nel tempo. Ma non sarà più la stessa cosa». Una riflessione che riassume perfettamente la sua idea di cucina: valorizzare ciò che la natura offre nel momento esatto in cui esprime il massimo della propria identità.
E i piatti svelati nel corso della lezione riflettono in pieno questa filosofia: una Crocchetta di chiocciole alla menta con crema di noci, emulsione di abete, rosa canina e aglio nero; il Ramen Valdostano a base di fibra di manzo, dashi di larice, rape, insalate e uova di quaglia, completato da un katsobushi di polenta; un finto Risotto di funghi con polvere di resina, camomilla, fava tonka e midollo alla brace, fino al Fagiano cotto su legno di cirmolo e al dessert finale ispirato a una passeggiata nel bosco.

Come raccontare in chiave contemporanea il territorio valdostano? Con Paolo Griffa si parte da resine, cortecce, radici e profumi balsamici
Particolarmente affascinante è stato il racconto che ha dato origine a una delle sue creazioni più emblematiche. Grazie all'amico e collega
Alessandro Gilmozzi, Griffa ha scoperto l'antica tradizione di raccogliere le resine accumulate dalle formiche attorno ai formicai, utilizzate un tempo come incenso nelle chiese di montagna. Da quella storia nasce un piatto che unisce resine, cortecce, radici e profumi balsamici, trasformando un frammento di memoria popolare in un racconto gastronomico attuale.
«La cucina del territorio deve vivere, deve essere lasciata vivere, perché se la teniamo immobile, non evolverà mai e a un certo punto morirà». Una frase che sintetizza perfettamente la visione di Paolo Griffa: custodire la memoria, senza rinunciare alla libertà di immaginare il futuro.