I segreti del Soave: l'uomo e la pergola

Si è svolta Soave Preview 2017, che ha messo a fuoco alcuni aspetti di un vino che diventa sempre più importante

26-05-2017

Soave Preview ha presentato l'annata 2016

Tracciare un futuro per il Soave, imparando dal passato. Analizzando con attenzione anche i cambiamenti climatici, per comprendere quale strada intraprendere.

Questa edizione di Soave Preview, che si è svolta nei giorni scorsi, lascia la sensazione di una zona vitivinicola in progressione, in continua crescita qualitativa e che sa guardare ai mercati esteri puntando sulla propria identità. Identità declinata in quattro aspetti: i Cru, la pergola, la biodiversità e la mineralità, legata soprattutto (ma non solo) ai terreni vulcanici.

L’aspetto meno scontato è forse quello della pergola, visto che il pregiudizio può portare a pensare che sia una tipologia di allevamento più legata alla quantità che alla qualità produttiva. Ma proprio un seminario che si è svolto durante il Soave preview, ha fatto comprendere come questo sistema di allevamento, utilizzato nel Veronese nell’85% dei vigneti, porti con se dei grandi vantaggi.

Federica Gaiotti, del centro di ricerca per la viticoltura e l’enologia di Conegliano, ha infatti presentato un interessante studio lungo 9 anni dove sono stati paragonati la pergola e il guyot. «La pergola – ha spiegato – è un’icona per il nostro paesaggio, ma è anche un valore aggiunto per il nostro territorio da un punto di vista della produzione e della qualità vitivinicola. Dal 1930 si è registrato un aumento della temperatura media di 1,5°C, ma soprattutto sono cresciute le temperature massime. Prima degli anni ’90, infatti, non si erano mai superati i 35 gradi, mentre nelle ultime estati si sono registrati vari picchi oltre questa soglia. Questo ha portato a una condizione stressante per le nostre viti, una variazione del ciclo fenologico e una maturazione accellerata. Il rischio è quello di perdere la tipicità».

Ma la pergola, in tal senso, può aiutare. «Sicuramente ha una maggiore ombreggiatura – ha sottolineato ancora Federica Gaiotti – e la temperature degli acidi è dai 4 ai 6 gradi inferiore rispetto ai grappoli coltivati a guyot. A livello chimico, è stato verificato che la componente aromatica conferita dalla pergola è superiore a quella del guyot».

Esperimenti scientifici a parte, bisogna sempre aggiungere il fattore umano, determinante per la gestione agronomica del vigneto. E Maurizio Gily, giornalista e agronomo, sottolinea: «Il messaggio che vogliamo dare non è che la pergola va meglio della spalliera. L'agricoltura rifugge dalle semplificazioni, non c'è una regola fissa per le varie zone e per i vari vitigni. La caratteristica italiana è la molteplicità. La spalliera, il guyot, è poi più gestibile, mentre la pergola è più familiare». E il giornalista Walter Speller ha ribadito come la pergola non sia sinonimo di bassa qualità, visto che il guyot è stato introdotto in queste zone del Veneto anche per una facilità di lavorazione nel vigneto, e ha evidenziato come, alla fine, dipenda sempre da come si gestisce la vigna.

Il concetto è chiaro: per la zona del Soave la pergola deve essere un valore aggiunto, un patrimonio, da conservare e gestire al meglio per ottenere vini di alto livello. Due esempi arrivano dalla degustazione legata al seminario: il Soave Doc Vigne della Brà 2014 di Filippi e il Soave Doc Classico Salvarenza 2013 di Gini. Ma durante il Soave Preview abbiamo assaggiato altri vini, dell'annata 2016 presentata proprio durate la manifestazione, che hanno ben figurato, come il Coffele “Ca’ Visco” (e con questo abbiamo anche provato l’annata 2002, strepitosa), e il Soave Doc di Suavia e “La Capelina” di Franchetto, un vino del quale avremo modo di riparlarne. 


Rubriche

In cantina

Storie di uomini, donne e bottiglie che fanno grande la galassia del vino, in Italia e nel mondo