La sala come una famiglia: servono educazione, rigore e rispetto

Ritratto di Cristiana Romito e dei suoi valori (professionali e umani). Sarà protagonista a Identità Milano, col fratello Niko

13-03-2019 | 20:00
Cristiana Romito. Col fratello Niko sarà tra i r

Cristiana Romito. Col fratello Niko sarà tra i relatori a Identità di Sala, in sala Gialla 1 domenica 24 marzo alle 17 durante Identità Milano, titolo della loro lezione è Come ti declino l'ospitalità (foto Brambilla-Serrani)

Le prime basi per far partire un percorso di crescita in un'attività ristorativa sono quelle che vengono dalla famiglia: «Educazione, rigore, rispetto. Quando ero piccola ci si aspettava sempre per mangiare insieme, tutti e sei. Sono i miei genitori ad avermi insegnato come si sta a tavola. Quando faccio un colloquio preliminare ai ragazzi lo vedo subito, chi ce l’ha e chi no, quella cosa lì. È una certa sensibilità, un’abitudine al dialogo che non puoi insegnare». Cristiana Romito prende avvio da questi valori per raccontarsi e raccontare la sala, come farà col fratello Niko a Identità di Sala, in sala Gialla 1 domenica 24 marzo alle 17 durante Identità Milano (clicca qui per l'intero programma), titolo della loro lezione è Come ti declino l'ospitalità, appunto.

Si parte dalla famiglia, allora. E famiglia è anche la parola che Cristiana utilizza per descrivere il sistema Casadonna: «Quando sento che i ragazzi di sala usano il "noi" capisco che abbiamo vinto. Voglio che qui si respiri un senso di famiglia. Il nostro, dopo i primi mesi di formazione rigida, diventa un sistema orizzontale». Il tempo libero al di fuori del lavoro è poco, l’unica vera distrazione stricto sensu «mio marito». Ma questo è lungi dall’essere un peso, anzi: «Ci sono voluti tanta passione e tanti sacrifici per arrivare fino qui. Vogliamo dare continuamente il massimo, ma in un’atmosfera rilassata». E sempre lontano dai riflettori e dai palchi, che non ama, e fanno tornare fuori la bambina timida che Cristiana è stata.

Lei è nata il 29 agosto 1972 a Pescara. Due anni dopo in famiglia arriva Niko, il fratello con cui, molti anni dopo, Cristiana condividerà la creazione di uno dei più importanti progetti di ristorazione, ospitalità e formazione nel nostro Paese.

Niko e Cristiana Romito

Niko e Cristiana Romito

La famiglia si trasferisce a Roma, dove Cristiana studia tedesco e francese alla scuola per interpreti e traduttori. Nel 2000 il padre, che anni prima aveva trasformato la pasticceria di Rivisondoli in un ristorante, perde la sua battaglia contro una grave malattia. Lei e Niko tornano così nelle colline abruzzesi per fare una scelta che, dice, sul momento era sembrata loro «naturale», per quanto folle potesse apparire: prendere in mano il locale in due, completamente autodidatti, lui digiuno di cucina e lei digiuna di ospitalità. «Durante tutta l’adolescenza avevamo sempre continuato a vivere Rivisondoli nei weekend - racconta - Certo il passaggio dalla realtà di Roma a quella di un paesino di 600 abitanti non è stato facile».

Il Casadonna (foto Francesco Scipioni)

Il Casadonna (foto Francesco Scipioni)

Nel 2011 il ristorante Reale viene spostato nell’ex monastero di Casadonna, e gli si affiancano un hotel e l’Accademia Niko Romito, scuola di alta formazione e specializzazione professionale. Nel 2013 nasce il format di Spazio, nel 2015 quello di Bomba, nel 2017 una collaborazione con Bulgari porta alla realizzazione dei menu per gli hotel di Pechino, Dubai, Shangai e Milano. Nel 2018 apre ALT, una “Stazione del Gusto” lungo la statale 17, fra Abruzzo e Molise.

Cristiana diventa general manager della struttura Casadonna e, per sua stessa definizione, «raccordo tra sala, cucina e accoglienza» di questa complessa costellazione a tre stelle Michelin. «La sala e l’accoglienza, sia del ristorante che dell’hotel, le ho create io da zero. Ho imparato senza maestri e con tanti errori - ride - Tra le persone che lavorano con noi ci sono alcune figure chiave, ma anche una parte di ragazzi dell’Accademia. La formazione e il ricambio sono continui».

L’iper-mediaticità che i nostri tempi danno alla figura di chef vanno bene a lei, ma non fanno per lei, un capolavoro di riservatezza che in sala non si trasforma. Li trasporta nell’accoglienza: «Un mio modo di essere e non di apparire. Non affettata, alla mano, ma con regole ben precise».


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