Guida di Identità Golose Bollicine del Mondo

Marche

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Qualche anno fa sul Sunday Times fu pubblicato un articolo dal titolo "Forget Tuscany, visit Marche"; molti pensarono a una provocazione, in parte lo fu perché lo splendore di molti luoghi della Toscana, soprattutto quelli legati al vino, non è in discussione. Resta il fatto però che l'articolo argomentava il consiglio in maniera convincente: per Mia Aimaro Ogden, le Marche dalla loro hanno una bellezza di paesaggi, borghi e città d'arte paragonabile a quella toscana ma più vivibile. E, perchè no, un'enogastronomia di primissimo livello. Di sicuro quello che le Marche hanno in più, vuoi per una chiara prevalenza bianchista a livello vitivinicolo, vuoi per una tradizione nella tipologia che non è affatto trascurabile, è la produzione di bollicine di pregio. Se nel Piceno gli spumanti di Pecorino e Passerina giocano principalmente la partita del metodo charmat e dell'immediatezza di beva, per il metodo classico i Castelli di Jesi stanno rimarcando l'antica vocazione. Già a metà dell'800, Ubaldo Rosi si dimostrò figura di fondamentale impulso nello sviluppo del comparto agrario jesino e molte furono le sue sperimentazioni nella spumantizzazione del Verdicchio. Prove che ne dimostrarono le potenzialità ma, evidentemente, non riuscirono a dare quella continuità e quella spinta necessaria per ottenere una massa critica tale da imporre la denominazione a livello nazionale e non. Ad oggi si assiste a una crescita regionale dei metodo classico in termini di rappresentanza e di qualità: quelli che erano i difetti conclamati delle prime produzioni numericamente importanti, sono quasi del tutto spariti con l'aumentare della consapevolezza dei produttori. Ad esempio, diminuiscono le sensazioni amare eccessive (il Verdicchio, ad esempio, anche a maturità ha quella tendenza), sono quasi del tutto abbandonati i ridondanti dosaggi di zuccheri per coprirle; addirittura si producono molti spumanti a Dosaggio Zero (ne leggerete nella nostra App). Crescita non solo numerica e di qualità, ma anche di territorialità: si riesce chiaramente a distinguere uno spumante di Jesi della riva sinistra del fiume Esino da uno della riva destra, come avviene per i vini fermi. Una differenza paesaggistica (la riva sinistra con colline più morbide, la riva destra con pendenze e altitudini più accentuate) che si rispecchia fedelmente nei vini, che assecondano il territorio in tutto e per tutto. Ed è un piacere poterli scoprire, attraversando un paesaggio che ha conquistato anche il Times.

Recensione di
Alessio Pietrobattista

Millesimo 1978, sboccato à la volée sulle rive romane del Tevere a Settembre, proprio nel mese della vendemmia: un destino già scritto. Incredibilmente astemio per anni per colpa del vino del nonno, ha capito che in realtà il prezioso liquido riusciva a emozionarlo come poche altre cose. Quindi decise, per la gioia della sua compagna, di rovinarsi tutte le estati dietro i calici, selezionando vini per diverse guide del settore tra cui Gambero Rosso, L'Espresso e Slow Wine. Non contento si innamora delle bollicine d'Oltralpe grazie (o per colpa) della guida Le migliori 99 maison di Champagne, con cui collabora sin dalla prima edizione. Trovando il tempo di esternare il suo amore per il Fiano di Avellino in un libro ("Fiano Terra" ed. Edizioni Estemporanee) e di sfogare la propria voglia di comunicare il vino, i suoi territori e le sue persone sulle pagine di Agrodolce e La Repubblica Sapori. Bollicine del Mondo, con la newsletter e l'app, è la sintesi di questo percorso fatto di curiosità, passione e voglia di scoprire realtà artigianali, piccole maison e di confermare quanto di buono facciano le grandi firme dell'enologia effervescente.

Alessio Pietrobattista