Tim Raue

Foto Brambilla-Serrani

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Tim Raue

Rudi-Dutschke strasse, 26
10969 - Berlino
+49 30 25937930
office@tim-raue.com

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Se a 23 anni era già head chef ai fornelli dell’ormai scomparso Rosenbaum - subito battezzato da Feinschmecker come newcomer of the year - il minimo che potesse accadergli oggi, che di anni ne ha 45, era di collocare saldamente il suo ristorante in cima alla classifica dei più amati di Berlino, grazie alle sue due stelle Michelin (in una capitale che purtroppo ancora non ne vanta tre), e a una rapida scalata ai 50Best, dove oggi sta ben comodo al 37esimo posto.

D’altra parte, però, se c’è una cosa che proprio non si confà a Tim Raue sono le definizioni e le etichette. Della Berlino contemporanea in cui si trova immerso, a due passi dal celebre Checkpoint Charlie, simbolo della caduta del Muro, ha assorbito tutto il fermento della ricostruzione e del rilancio, denso della promessa di libertà e della possibilità di aprire nuove strade: non a caso ha scelto per il suo logo l’hummingbird, il colibrì, che associa ad un simbolo di unicità e creatività.

Raue, che è cresciuto nei sobborghi di Kreuzberg e non ha mai fatto mistero né delle condizioni modeste della sua famiglia né di un’adolescenza spericolata, ha sempre raccontato di aver scelto la cucina solo come ripiego alla sua vera vocazione: voleva fare l’architetto ma non aveva i soldi per studiare ed evidentemente le progettazioni gastronomiche gli sono sembrate una buona alternativa su cui investire la sua feconda, straripante genialità.

Così dopo qualche lavoretto nei grandi hotel è finito direttamente alla guida del Rosenbaum e, dopo qualche rapido passaggio in altre autorevoli cucine berlinesi - tra cui quella del Restaurant 44 che gli è valsa la prima stella - nel 2010 ha fondato il suo Tim Raue Restaurant come brillante combinazione delle sue grandi passioni: quella originaria, l’architettura, e quella sperimentata nel frattempo grazie alle collaborazioni internazionali con Swisshotel, ovvero l’Oriente, la sua ricchezza, la sua sapienza.

Oggi la sua sala colta ed elegante, che raccoglie un’intera collezione di opere d’arte contemporanea e concettuale, ospita una cucina che non basta definire fusion, ma che è piuttosto un incontro-scontro, spesso spettacolare ma sempre tenuto in equilibrio, tra le tecniche occidentali e quelle orientali, un’evocazione continua e persino devota dei prodotti giapponesi, delle filosofie cinesi e degli aromi tailandesi, costantemente protesa a tenere alte le sensazioni gustative dei suoi ospiti.

Ha partecipato a

Identità Milano


a cura di

Concetta Bonini

classe 1987, giornalista professionista testardamente modicana, sommelier in formazione permanente. Attraversa ogni giorno le strade del “continente Sicilia” alla ricerca di storie, persone e imprese legate alla cultura del cibo e del vino. Perché ogni contadino merita un romanzo