Noi ristoratori non ce lo meritavamo. Però non è l'ora dello sconforto

Romito tra rammarico e senso di responsabilità: «Ieri c'è stata l‘ultima cena, il Governo non ha ritenuto che garantissimo sicurezza, nonostante i nostri sforzi. Ma andiamo avanti»

26-10-2020
Niko Romito nella foto di Andrea Straccini

Niko Romito nella foto di Andrea Straccini

Finito il turno di pranzo credo che tanti miei colleghi ieri si siano fermati e abbiamo posato il loro sguardo, come me, un attimo in più sui volti dei propri dipendenti, dei propri collaboratori. Un misto di rabbia, frustrazione e paura mi ha colto pensando al loro e al mio futuro mentre li vedevo intenti a pulire e far splendere la cucina, per renderla pronta come sempre per il turno della cena. Quella che sarebbe stata l’ultima cena.

Sì, perché quella di ieri sera, domenica 26 ottobre 2020, è stata per molti ristoranti in Italia probabilmente davvero l‘ultima. Tanti di noi non avranno la forza di reggere alla scelta del Governo di far chiudere bar e ristoranti alle 18 e di costringere un intero settore a rinunciare per un periodo di tempo probabilmente indeterminato a ben più del 50% del proprio fatturato. Non sarà sufficiente per molti di noi il “cospicuo sostegno” promesso dal Governo per poter affrontare questa seconda traversata nel deserto nel giro di neanche otto mesi.

La ristorazione italiana con questa decisione subirà un colpo letale. Tanti amici, ma anche ristoratori che non conosco, in queste ore stanno valutando il da farsi: restare aperti per un solo turno e decidere come gestire il carico di lavoro fra i dipendenti o chiudere? Dopo la fine del lockdown la gran parte degli imprenditori del nostro settore ha riaperto investendo in termini di procedure, protocolli e strumentazioni per garantire ai propri clienti un'esperienza in piena sicurezza. Allo stesso modo abbiamo fatto noi per i nostri dipendenti: test settimanali di controllo, precauzioni, massima attenzione nella vita quotidiana fuori dal luogo di lavoro. Tutto questo non è stato sufficiente per instillare nei decisori pubblici l’idea che il nostro settore potesse garantire standard di sicurezza adeguati.

 

«I bar e i ristoranti scontano il pregiudizio di essere luoghi ad alto rischio di contagio. Non lo sono le fabbriche o altri luoghi che potranno continuare a operare per sostenere l'economia del Paese. Noi no. Non voglio criticare la decisione del Governo. (...) Sento solo il dovere di condividere l'amarezza di questo momento perché tanti colleghi vedono in noi chef stellati un punto di riferimento, un modello, a volte una fonte di ispirazione»

I bar e i ristoranti scontano il pregiudizio di essere luoghi ad alto rischio di contagio. Non lo sono le fabbriche o altri luoghi che potranno continuare a operare per sostenere l'economia del Paese. Noi no. Non voglio criticare la decisione del Governo, comprendo che il momento non sia facile e che le scelte da prendere possano produrre scontento e incomprensione. Non voglio sostenere che forse era meglio chiudere tutto un'altra volta, perché quella presa appare una scelta parziale a punitiva solo per alcune categorie. Sento solo il dovere di condividere l'amarezza di questo momento perché tanti colleghi vedono in noi chef stellati un punto di riferimento, un modello, a volte una fonte di ispirazione.

C'è rammarico, certo. Ma allo stesso tempo cresce il desiderio di fare la nostra parte di cittadini e imprenditori, la nostra parte di membri della comunità.

Io lo farò al meglio delle mie possibilità, come sempre fatto in questi vent'anni di attività insieme a mia sorella Cristiana. Non sarà semplice, ma non è il momento di cedere allo sconforto.

I nostri ristoranti resteranno aperti rispettando le indicazioni del decreto del Governo.

Continueremo ad accogliere in sicurezza i nostri clienti e tutti coloro che per necessità o piacere ci verranno a trovare.


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