Non siamo stati capaci di farci ascoltare, perché non siamo coesi. Quando impareremo a fare lobbying?

Troppe voci, e confuse: così la ristorazione italiana è stata debole nel confronto con le istituzioni. La riflessione di Cristina Bowerman, presidente degli Ambasciatori del Gusto

01-06-2020
Cristina Bowerman, presidente degli Ambasciatori d

Cristina Bowerman, presidente degli Ambasciatori del Gusto

Tempi duri, durissimi. L’entusiasmo non basta, la fiducia non basta e neanche le (a volte) strampalate teorie sulle leggi che dovrebbero essere fatte. Questa pandemia, che di conseguenze importanti ne porterà con sé, sarà ricordata per i decenni a seguire come un susseguirsi di statistiche di morti, ammalati, contagiati, R0 o R1… Un periodo buio della nostra storia dal quale però dobbiamo sforzarci di imparare.

Potrei fare un lungo elenco delle cose che io ho appreso, vanno dal personale al business. Ma un paio sono per me chiarissime.

La prima è che il popolo Italiano ha riposto la sua fiducia nello Stato, come un bambino che crede nel proprio papà. La sensazione è la stessa di un ammalato che si affida a qualsiasi pseudo-medico riponendo tutte le speranze nei suoi consigli e nelle sue prescrizioni, senza mai domandarsi se la cura sia plausibile oppure no.

La seconda è l’innata, radicata incapacità di associarsi. Una delle caratteristiche che ho sempre ammirato del popolo statunitense è invece questa volontà, capacità di aggregazione a volte anche eccessiva. Scherzando, dicevo spesso che gli americani per la loro necessità di “appartenere” a qualcuno o qualcosa, si aggregano per ogni motivo. Sempre scherzando, dicevo che se avessi fondato un gruppo “collezione bottoni dorati a 4 fori”, avrei avuto followers nel giro di una nottata.

Io la domanda sul perché di questo me lo sono fatta tante volte. La spiegazione che mi sono data, senza entrare in discorsi antropologici per i quali non sono all’altezza, è sempre la stessa: la famiglia. Lo so, sembra strano, ma per me è così.

L’italiano, per quanto lo stile di vita sia cambiato, cresce in famiglia; rimane spesso fino a tarda età, se non per sempre, nella stessa città; cresce con il concetto di comitiva; ha la famiglia allargata a portata di mano. Son tutte cose che molto spesso non accadono negli Stati Uniti, dove la mobilità è molto più comune e a 16/18 anni già si vive da soli per andare al college e si ha già magari anche un lavoretto.

Il concetto di comitiva è legato a dove si vive in quel momento: non gli amici storici come ad esempio la mia cara Emanuela, che ancora frequento e con la quale mi conosco dalla prima media. Ecco: penso che quella sensazione di non essere ancorato, che è presente negli Usa e non in Italia, porti a una maggiore necessità di “far parte” di qualcosa.

Questa capacità di aggregazione, che poi cresce a volte fino a diventare grande e a dar voce a qualcosa, ha spesso risultati evidentemente positivi. Pensiamo a “move on” cresciuto overnight, #metoo ad esempio. In Italia, facciamo invece fatica a ad aggregarci. Però, almeno nel mondo della ristorazione, ci vorrebbe un vero e proprio lavoro di lobbying.

Si, lo so: la parola lobby nel nostro Paese non ha un’accezione particolarmente positiva. Io non ne vedo la ragione. Un gruppo coeso di pressione è necessario affinché le voci, oggi differenti e sparpagliate, possano unirsi in un coro assordante.

L'unione #FareRete, che ha riunito la gran parte delle associazioni italiane del comparto ristorativo. Forse troppo tardi, per farsi davvero ascoltare. Occorre proseguire su questo percorso, e rafforzarlo

L'unione #FareRete, che ha riunito la gran parte delle associazioni italiane del comparto ristorativo. Forse troppo tardi, per farsi davvero ascoltare. Occorre proseguire su questo percorso, e rafforzarlo

Durante questa pandemia ho visto tantissime iniziative, tra cui quella importante e faticosissima degli Ambasciatori del Gusto che hanno tentato di costruire questa prima forma di lobbying curando la regia di #FareRete. Ma - tra giacche e sedie in piazza, lettere a Conte, proteste su Facebook, silenzi assordanti a domande fatte su chat per tutelare gli interessi comuni - davvero complessivamente non siamo riusciti a coordinarci e riuscire a far emergere una posizione univoca, e di conseguenza forte.

Eppure non sarebbe dovuto essere essere difficile: vogliamo tutti le stesse cose e la prima forse è quella di essere riconosciuti e rispettati come una categoria di professionisti. Sì: professionisti, che possono farsi carico di portare la cultura del nostro Paese nel mondo... Ma poi non riescono a sedersi a un tavolo tecnico per illustrare il nostro, di mondo. Professionisti che producono Pil a doppia cifra in Italia eppure vengono liquidati con un: “Sì, ma poi, ce la prepara una bella carbonara?”.

C’è un po’ di amarezza nelle mie parole. Ma queste non cancelleranno il mio desiderio di lavorare perché le cose cambino. Continuerò a cercare l’aggregazione - o lobbying, decidete voi il termine - perché penso che la nostra voce debba essere ascoltata. E questo può avvenire solo attraverso l’unione. Non dobbiamo avere paura di osare. Anche nel dire le cose come stanno.


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