Manfredi Barbera: spero che da questa crisi possa nascere una rivoluzione di pensiero

Intervista con l'imprenditore siciliano, produttore e vicepresidente dell’Organizzazione Nazionale Assaggiatori di Olio

30-04-2020
Manfredi Barbera

Manfredi Barbera

Pochi in Italia possono raccontare il mondo dell’olio d’oliva come Manfredi Barbera, amministratore unico della Premiata Oleifici Barbera di Custonaci (Trapani) attiva da oltre 120 anni. Presidente di Co.Fi.Ol., consorzio siciliano dei produttori di olio d’oliva di qualità, e vicepresidente dell’Organizzazione Nazionale Assaggiatori di Olio (ONAOO), Barbera ha risposto alle nostre domande su come i disagi causati dalla pandemia possono influire sulla qualità dell’olio e sull’economia che vi ruota intorno.

Il coronavirus ha sconvolto tutto. Come le è sembrata la gestione dell’emergenza in Italia?
Quando la natura si scatena, l’uomo mette a nudo la sua debolezza: l’emergenza ha colto tutti impreparati. In proposito mi è capitato di rivedere qualche giorno fa un video del 2015 in cui Bill Gates profetizzava che il vero nemico del futuro non sarebbero state le guerre tra popoli ma le emergenze sanitarie e invitava i governi a investire nella sanità piuttosto che negli armamenti. Credo che, nonostante un po’ di confusione creata dalla sovrapposizione tra disposizioni degli enti locali e quelle governative, in Italia a livello centrale non ci siano stati errori nella gestione dell’emergenza.

Come sta l’olio d’oliva italiano?
Mentre per il vino è stato creato il sistema degli OCM, in favore della produzione di olio d’oliva non è stato fatto nulla e dunque, rispetto ad altri paesi come la Spagna e il Portogallo, l’olivicoltura italiana è ferma al medioevo. Qualche mese fa ho incontrato il Ministro delle politiche agricole alimentari Teresa Bellanova e le ho suggerito, in merito al problema della Xylella che ha attaccato gli ulivi nel Salento, di stanziare dei fondi per riconvertire gli uliveti della zona con sistemi super-intensivi anziché concedere contributi a pioggia alle aziende per estirpare e bruciare gli alberi malati. In questo modo, il Salento potrebbe diventare una sorta di laboratorio per olivicoltura moderna e magari portare un fermento di idee in tutto il paese.

Con la ministra Teresa Bellanova

Con la ministra Teresa Bellanova

Quali sono i problemi da risolvere?
A prescindere dal coronavirus, il limite del nostro paese è l’eccesso di burocrazia; occorrerebbe semplificare alcune procedure nel settore agricolo. Il caporalato nasce anche dal fatto che trovare persone che vogliano lavorare in agricoltura è veramente complicato, se ci fossero regole più semplici per chi lavora in campagna, riusciremmo a portare molta più gente nei campi. Ovviamente le limitazioni del sistema unite a quelle contingenti del coronavirus non certo aiutano.

Secondo un articolo pubblicato su Olive Oil Times a fine marzo, nelle settimane successive allo scoppio della pandemia COVID-19, in Italia le vendite di pasta sono aumentate del 51% e quelle della salsa di pomodoro del 39%. La vendita dell’olio d’oliva ha avuto un incremento del 22%. Come commenta questi dati?
I consumi dell’olio non sono aumentati, ma sono migrati dal settore Ho.re.ca. al settore retail: le persone che prima pranzavano o cenavano spesso al ristorante o in pizzeria hanno dovuto consumare gli stessi pasti a casa e il 22% di aumento di vendite del supermercato copre l’assenza totale di consumo nei ristoranti. C’è da dire poi che l’incremento di vendite che si può avere nei supermercati raramente riguarda beni di alta qualità, a cui spesso invece la ristorazione si mostra più sensibile: la crisi economica generata da questa situazione spinge chi va nei supermercati a cercare il formaggio in offerta, l’olio in offerta, la pasta in offerta. Il settore dell’alta qualità soffre a discapito del mass market e il 22 % è un incremento che sta in quella fascia di mercato, nei prodotti da primo prezzo.

Continuare la produzione o preservare la salute dei lavoratori. Che tipo di scelte sono state fatte nella sua azienda?
Investiamo da 20 anni in qualità di processi produttivi, di organizzazione e di persone. Quando sono arrivate le prime notizie da Wuhan, a inizio gennaio, abbiamo rivoluzionato tutta l’organizzazione interna mettendo in atto una sorta di protocolli che ci hanno consentito una gestione dell’emergenza con un rischio limitato. In tutti i nostri settori, da quello amministrativo a quello logistico a quello dell’imbottigliamento dell’olio, sono stati organizzati dei gruppi fissi e indipendenti di tre persone che non si sono mai incontrati con altri gruppi; così, nel caso fosse stata riscontrata positività al virus di una persona, avremmo fermato in quarantena solo il gruppo che aveva lavorato insieme invece di bloccare un intero settore dell’azienda.

Che disagio economico sta vivendo l’azienda?
Con sensibilità e un certo intuito, vent’anni fa abbiamo puntato sulla segmentazione della produzione in termini di fasce di consumo, sui canali di distribuzione e sui mercati stranieri. Produciamo prodotti di altissima qualità, ma anche prodotti di buona qualità per il mass market, siamo presenti sugli scaffali del supermercato, ma le nostre etichette top vengono utilizzate in tanti ristoranti stellati. Inoltre, il 55% del nostro fatturato viene dall’estero mentre il 45% dall’Italia. Non possiamo fare salti di gioia, ma, si deve dire, un’azienda che ha operato questo tipo di scelte strategiche nel tempo riesce a difendersi un po’ meglio oggi nonostante la crisi generale.

Esportate in più di 40 paesi. I riscontri dal mondo quali sono?
Ovunque il settore Ho.re.ca. è completamente bloccato, anche in quegli stati dove il lockdown è stato più flessibile, la gente comunque nei ristoranti non va e tutta l’attività commerciale è migrata nei supermercati. Ripeto, siccome eravamo riusciti a diversificare canali e mercati, continuiamo ad esportare e oggi non registriamo grossi cali.

Come potrà influire la situazione contingente sulla qualità del prodotto?
Quando è scoppiata l’emergenza le olive fortunatamente erano appena finite e la produzione non è stata intaccata; bisogna ora capire cosa succederà al prossimo ottobre, la fioritura è appena iniziata ed è prematuro dare dei dati prospettici. In campagna si continua a lavorare e solo a luglio si potrà dire se sarà una bella annata o meno, le premesse comunque sembrano buone, grazie anche alle piogge che ci sono state a marzo. Il problema grande sarà gestire le fasi di raccolta e se continueranno le limitazioni: già è un’impresa trovare lavoratori che vanno in campagna a raccogliere le olive, in una situazione di restrizione sarà ancora più difficile.

Una previsione ottimistica per la ripresa delle attività?
Sono più realista che ottimista. Si ricomincerà a vivere solo quando si troverà un vaccino. Probabilmente è il modo in cui abbiamo vissuto finora che ci ha portato a tutto questo; siamo stati troppo distratti dal consumismo, dall’arrivismo e ci siamo fatti scappare di mano la situazione. Spero che questo disagio che stiamo vivendo possa innescare una rivoluzione di pensiero, che si cominci a considerare seriamente che non abbiamo un pianeta B. Si deve rimodulare l’attenzione verso l’ambiente, dobbiamo investire in sostenibilità e capire quanto sia sostenibile ogni nostra attività. Oggi è colpa del coronavirus, domani saranno le emissioni di anidride carbonica, dopodomani mancherà terra fertile. Dobbiamo capire una volta per tutte che non abbiamo avuto la terra in eredità dai nostri padri, ma in prestito dai nostri figli.


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