La pasta di cui siamo fatti

In questi giorni impastiamo senza sosta perché l'attività ci consola e tiene uniti. Un'abitudine scritta nella nostra storia

30-03-2020
Illustrazione di Gianluca Biscalchin per Identità

Illustrazione di Gianluca Biscalchin per Identità Golose

Nessuno avrebbe previsto un solstizio di primavera come questo. C’è un deus ex machina inopportuno che non avevamo previsto: non siamo riusciti a godere appieno dei primi raggi tiepidi di un sole di fine marzo. La tecnologia ci tiene uniti, le piattaforme Zoom, House party o YouTube ci aiutano a coltivare una socialità virtuale fatta di pixel e interni domestici, aperitivi via cavo e abbracci digitali. In molti si sono inventati nuove piccole professioni, chi legate allo sport, chi al mondo del food & beverage, chi vota per l’arte.

Una cosa però accomuna ogni singolo italiano e ogni singola casa da Nord a Sud: la cucina. Tutti, come una chiamata alle armi, siamo tornati a cucinare, a vivere in una delle stanze da sempre più accoglienti di casa, più animate, profumate e calde delle nostre dimore. In cucina si chiacchiera, si mangia, si taglia, si frigge, si bolle, si beve un bicchiere di vino girando il sugo, ci si isola. Vi siete chiesti come mai tra tutte le possibili attività, tornare ai fornelli metta indiscutibilmente d’accordo tutti? E ancora, come mai, tra tutte le ricette possibili sono la pasta fatta in casa e il pane fresco quelle più instagrammate di queste ultime settimane?

Sin dalla preistoria l’uomo per nutrirsi ha cercato di addomesticare animali e di avventurarsi nelle ignote proprietà commestibili delle piante, ponendo una distanza col mondo selvatico e andando sempre più verso la trasformazione della materia prima, attraverso metodi primordiali di conservazione fino ad arrivare all’utilizzo del fuoco. Questo ha ampliato considerevolmente le tecniche di preparazione degli alimenti sviluppando progressivamente un bagaglio di conoscenze che sono andate tramandandosi nei secoli, una tecnica divenuta lo specifico dell’homo sapiens.

Il Sud Italia è stato fin dal V secolo a.C. la culla della coltivazione del grano. La semplice lavorazione delle prime semole con l’acqua consentì da subito la realizzazione di impasti di pane, polente, focacce e pappe dalla consistenza morbida. A partire dal I secolo si inizia a parlare di laganum – nei testi latini – e laganon in quelli greci per indicare un sottile sfoglia di pasta fresca. L’antesignano della lasagna? In persona. Sbollentata, fritta o cotta insieme a carne e verdure le lasagne, ci tengono compagnia dalla notte dei tempi ed è da questa semplice sfoglia che si sono ricavati i primi ritagli di pasta allungati, detti vermicelli o fideos. Questo fu anche il primo tipo di pasta sottoposto a essicazione, un processo studiato per consentire una longevità maggiore e il trasporto anche in paesi lontani.

Fin dal Medioevo, l’Italia è stato l’unico paese d’Europa a sviluppare una vera e propria cultura della pasta, rendendola cibo completo, categoria alimentare e culinaria a tutti gli effetti. Gli italiani si sono sbizzarriti a crearne innumerevoli forme: maccheroni, croseti, trenette, formentine, quinquinelli. Grazie al clima della Sicilia e all’esposizione felice della valle di Gragnano, la pasta divenne presto pastasciutta, essiccata al sole con una tecnica precisa, per passare poi alla produzione di pasta fresca con l’utilizzo delle uova e di pasta ripiena. Quest’ultima trovò più fortuna in Emilia Romagna e Piemonte, con una produzione sconfinata di tortelli, tortellini, anolini, cappelletti e ravioli che ancora oggi ci invidiano in tutto il mondo.

Da subito il nostro grano risultò il migliore, il nostro sole più caldo e la creatività degli italiani nel porre la pasta al centro delle nostre tavole superiore a quella di qualunque altra civiltà. Se gli uomini pressavano il grano, alle donne era affidato il lavoro più minuzioso della messa in forma e cottura della pasta. Un piatto che passò per essere un pasto completo e per questo venne definito primo all’interno degli articolati menu dell’aristocrazia.

Non solo la pasta si definisce come uno degli elementi culturali che più ci caratterizzano, punto di incontro tra passato e futuro, ma l’atto stesso di mangiare insieme è esclusivo del genere umano. Il cibo, inteso tanto sia come nutrimento sia come circostanza, aggrega, diventa simbolo dell’appartenenza a un gruppo – in primis la famiglia. Ecco perché riunirci intorno a una tavola è per noi qualcosa di profondamente intrinseco e radicato. Un piatto di pasta e una tavolata ci fanno sentire Italiani, ci uniscono in un concetto di patria per tanti dimenticato.

In questo momento epocale siamo corsi ai fornelli per inseguire una personale salvezza spirituale e storica. Il contatto con elementi primari come acqua, farina, uova ci consente di andare a ritroso nei ricordi, di rispolverare vecchi sapori d’infanzia che scaldano animi e mente in giorni di paura. Svegliarsi con il profumo di pane caldo e l’Imperia che gira, sporca di farina, sono un’emozione cui teniamo più di altri. Teniamoci stretti la nostra storia, i ricettari di famiglia, riproponiamo alle nuove generazioni il gusto primordiale di una semplice pasta fresca al pomodoro. Un buon piatto di pasta ci aiuterà a restare uniti e pieni di speranza.


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