Il mio ricordo di Gianni Frasi. Nei chicchi di caffè aveva condensato la vita

Torrefazione, blues ed esoterismo: cantava per Haiti, tostava per destino. Era come una sua tazzina: forte, buono, caldo

19-12-2018 | 19:00

Il 7 dicembre scorso è venuto improvvisamente a mancare Gianni Frasi, maestro della torrefazione. Rocco Catalano, con penna lieve ed elegante come sempre, ne tratteggia la figura originale, o per meglio dire unica. 

Ho scoperto l’esistenza di Gianni Frasi una decina di anni fa, per caso, cercando e leggendo nel web alcune cose su Guénon, sulla cosmologia, l’alchimia e le filosofie esoteriche di cui sono appassionato lettore.

M’incuriosì molto quest’uomo sebbene non avessi immediatamente chiaro chi fosse e di cosa si occupasse, ma le prime tracce mi portarono al Laboratorio Torrefazione Giamaica Caffè. Il nesso tra caffè e le scienze filosofiche continuava a non essermi chiaro, ma l’esoterismo, si sa, vuole così.

Cercai ancora, non trovai granché, così chiamai al numero fisso della piccola torrefazione che non ha un sito web, non ha una pagina social per capire se Frasi e Giamaica Caffè fossero la stessa cosa/persona. La voce della signora che mi rispose dall’altro capo del filo me lo confermò. Preso dalla smania tipica di un bimbo mi convinsi di volere acquistare assolutamente, per la bottega alimentare di cui allora ero proprietario, i caffè macinati di Gianni Frasi da preparare alla moka ai clienti. Quel caffè si doveva fare! Con molta insistenza convinsi i miei soci, che spesso “subivano” queste mie bizze, ad accontentarmi.

Ricordo la telefonata con cui ci presentammo e chiedemmo a Frasi di voler acquistare il suo caffè. Seguì un diniego e qualche improperio; non capimmo, perseverammo, lui acconsentì ma a condizione di andare a Verona nel suo laboratorio di torrefazione perché avrebbe dovuto conoscerci per valutare se ne fossimo degni.

Da molti considerato presuntuoso e arrogante, narciso ed egocentrico; probabilmente è stato tutto questo e molto altro. Io aggiungo anche che il suo era il geniale marketing di un visionario che ha fatto del caffè la propria fede, o la propria religione. Ma la qualità del suo caffè, alla fine, non credo possa essere discussa da nessuno.

Dopo qualche settimana eccoci a Verona. Nella casa-laboratorio il tempo sembrava sospeso tra l’aroma del caffè e da una storia che inizia nel secolo scorso con la famiglia Prando per proseguire col loro socio Giovanni Erbisti (zio di Frasi), al quale è tuttora dedicata l’unica miscela prodotta dal Laboratorio Giamaica, e poi con Franco Frasi (padre di Gianni) che prima di occuparsi della torrefazione fu uno dei calciatori simbolo del Verona Hellas degli Anni 50.

Tutto faceva da cornice al luogo in cui Simone Fumagalli, erede di Frasi e da lui considerato un predestinato, era intento a svuotare i sacchi di iuta nella caldaia per la tostatura a fiamma viva sottoponendo i chicchi “al battesimo del fuoco”.

Il laboratorio di torrefazione a Verona

Il laboratorio di torrefazione a Verona

«L’immersione nella fiamma diretta è una purificazione, rende vivo un chicco morto».

«Questa è la rappresentazione della fine del ciclo cosmico, l’aspetto occulto del caffè, che per la sua capacità di attrazione è stato definito bevanda dell’intelletto. Chi non capisce il senso del caffè non può capire niente di nessun’altra cosa al mondo».

Alcune delle citazioni di Frasi che appuntai sulla mia moleskine durante quell’incontro e che custodisco gelosamente.

E finalmente mi fu chiaro il nesso tra alchimia, esoterismo e il caffè secondo Gianni Frasi, che pretendeva la chiusura del laboratorio avvenisse soltanto il mercoledì delle Ceneri, all’inizio della Quaresima, e la sospensione della tostatura per cinque giorni a Ferragosto.

«Bisogna riconoscere dignità a quest’opera che prevede la freschezza senza eccezioni. Come ogni vita, anche quella del caffè comincia a decadere 36 ore dopo la tostatura e termina inesorabilmente dopo 60 giorni».

L’incontro evidentemente non è stato semplice per chi pensava, come me, di voler solo acquistare un ottimo caffè per la propria attività. Ci ha catechizzati immediatamente con il suo tono di voce alto e penetrante, le sue argomentazioni difficilmente eccepibili e accompagnate da un motivetto ammaliante, durante le pause, come il suono di una sirena.

Quando dopo circa due ore di conversazione ci preparò, finalmente, un caffè estratto da un’antica Faema E61 prima di consentirci di berlo sentenziò: «Di fronte a voi ecco uno dei segni della Gerusalemme celeste».

Finì così quella parte della lezione, con la bevuta di un caffè di cui ho perfettamente ancora impresso i sentori e l’intensità e la qualità del colore, quindi uscimmo. Ricordo il suo profumo di qualità artigianale e la sua sciarpa di seta sempre al collo, gli stivali a punta, la sua andatura decisa.

In macchina inserì un cd, disse che era l’ultimo disco dei John Papa Boogie, feci finta di sapere chi fossero rapito dalla voce potente che dava inizio al primo brano, mentre cercavo, invece, di nascosto notizie con Shazam.

Frasi cantante

Frasi cantante

«Sono tornato a cantare dopo dieci anni di silenzio»: capii così che lui era anche la voce di quella band, un’altra sorpresa. Voce blues e non poteva essere diversamente per uno che porta nel suo destino il caffè, o meglio, la storia del caffè.

Cantare per Haiti, la terra che ha fatto della contaminazione tra la cultura woodoo e quella dei canti missionari francesi la magia del canto nero per eccellenza, era la sua missione (Gli incassi dei concerti della JPB, infatti, erano devoluti alla popolazione locale attraverso la Fondazione Francesca Rava – N.P.H Italia Onlus).

Andai a ritrovarlo dopo qualche anno, quando decisi di lasciare il mio bistrot e iniziare un altro percorso, un’altra vita. Trascorremmo del tempo lungo in giardino sul retro del laboratorio, e come sempre fu illuminante, incoraggiante. Avevo voglia di rivederlo e ora che non c’è più avverto la sua assenza e il rammarico per non averlo fatto, e capisco quanto lui avesse inciso fortunatamente e positivamente nella mia visione di alcune cose.

Gianni Frasi non era solo caffè, piuttosto il caffè era la sua essenza; in quel chicco era condensata la sua vita. Forte, buono, caldo. Proprio come recitava il motto appeso con un cartello nel suo laboratorio di torrefazione. Io aggiungerei profumato, intenso, ricco, magico.

In qualche nota di quella musica “nera” mi piace pensare che sarà facile trovarlo sempre. Provando, nel frattempo, a difendere il principio della “rovina vivente del torrefattore” che dà significato e dignità a un chicco, apparentemente senza censo, che diventa altresì vita o caffè, perché in fondo è vero «quest’azienda non ha futuro» ma un perpetuo presente.

Prosit e serenità.


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