Cerea, ritratto di famiglia

Presto il nuovo libro che racconterà la loro storia, dagli inizi a oggi. Presentiamo in anteprima alcuni scatti dal backstage

01-03-2017
La famiglia Cerea posa davanti alla macchine fotog

La famiglia Cerea posa davanti alla macchine fotografica di Giovanni Gastel: a settembre un nuovo libro racconterà la storia di questa dinastia del gusto e dell'ospitalità

Galleria fotografica

Bruna Cerea
Chicco Cerea

Sarà in libreria dal prossimo settembre in Italia - e dalla primavera 2018 nel mondo - il libro che racconta i primi cinquanta anni del ristorante Da Vittorio, edito da Mondadori Electa. Un viaggio nella storia della cucina italiana attraverso i racconti di Bruna, Chicco, Francesco, Barbara, Bobo e Rossella Cerea, i piatti-icona di Da Vittorio e lo sguardo di uno dei maestri della fotografia: Giovanni Gastel (nella fotogallery, il backstage dell'iniziativa).

Spiega quest'ultimo: «Lavorare con la famiglia Cerea è stato appassionante e divertente: ho scoperto un mondo di calore, generosità, di semplicità nell’essere eccellenti, e credo di avere colto, nei ritratti di ciascuno, quei dettagli di unicità che li fondono in un insieme armonico e vivace». E Bruna Cerea: «Questo libro è il nostro atto d’amore nei confronti mio marito Vittorio, che è stato l’ispiratore e il fautore della nostra impresa e che, con la sua visione creativa, continua ad accompagnarci».

Bobo Cerea davanti all'obbiettivo

Bobo Cerea davanti all'obbiettivo

Come ha narrato Chicco Cerea nella nostra recente intervista (Vi narro mio padre, Vittorio Cerea), «dove siamo ora, la Cantalupa, corrisponde a un sogno di mio padre, anzi alla sua ennesima intuizione, quella finale: trovare un posto dove noi tutti i suoi figli, con le nostre famiglie, potessimo stare assieme. Non fosse stato così, non avrebbe mai abbandonato la sede storica, a Bergamo, in viale Roma, ora viale Papa Giovanni XXIII… Lì ha lasciato il cuore, basti pensare che tanto lui, quanto Bruna, mia madre, erano nati e cresciuti entrambi a non più di 200 o 300 metri: quei muri erano la loro vita. Trasferirsi è stata una decisione molto sofferta: ma mio padre ha pensato che solo qui a Brusaporto, in una sede molto più grande, potessimo rimanere uniti».

L'abbraccio di Francesco Cerea

L'abbraccio di Francesco Cerea

E ancora: «Abbiamo aperto nell’agosto 2005, lui è morto il 30 ottobre successivo. Mi ricordo, uno degli ultimi giorni: lui era molto provato, sedevamo assieme lì (e indica due poltrone e un tavolino, vicino all’entrata, ndr). Mi ha fatto avvicinare e mi ha detto: “Turnàrei piö indré”, non tornerei più indietro. Lui aveva avuto il terrore di fare un passo avventato: i clienti ci avrebbero seguito? Ha mostrato coraggio, e si godeva quell’ultimo successo, sul punto di morte».


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