Paolo Colombo: sono cresciuto con il Ponte Morandi

L'inviato di La7 ha seguito dal 14 agosto la tragedia genovese. Sarà uno degli ospiti della cena del 13 maggio per gli sfollati

06-05-2019 | 07:00
L'inviato di La7 sui luoghi della tragedia del

L'inviato di La7 sui luoghi della tragedia del Ponte Morandi, Paolo Colombo

Lunedì 13 maggio Identità Golose Milano dedica una serata al comitato “Quelli del ponte Morandi”, associazione che rappresenta gli oltre 600 sfollati dopo la tragedia del crollo avvenuto a Genova lo scorso 14 agosto. Ospitando due chef liguri: Marco Visciola, del ristorante gastronomico Il Marin all’interno dello store genovese di Eataly, e Giorgio Servetto, che guida la cucina del ristorante Nove, ospitato nella meravigliosa Villa della Pergola di Alassio. Il menu sarà composto da sei portate e verrà proposto a 200 euro, vini inclusi (clicca qui per prenotare).

Paolo Colombo, che ha raccontato su La7 dal primo giorno la storia del crollo e delle sue terribili conseguenze, sarà tra gli ospiti di questa serata. Lo ringraziamo per aver voluto condividere con i nostri lettori questa testimonianza.

Non è facile scrivere di una tragedia come quella del Ponte Morandi a Genova, per me, nato il giorno prima dell’inaugurazione del Viadotto Polcevera, avvenuta il 4 settembre 1967. Io con il Ponte ci sono cresciuto, nel quartiere di Certosa, lo vedevo ogni giorno dalla finestra di casa, imponente, con quella strana forma che lo faceva assomigliare al Ponte di Brooklyn, tanto da essere soprannominato così dalla maggior parte dei genovesi.

Per sognare l’America ad occhi aperti bastava guardare quel Ponte e fantasticare un po’. Intorno ai 22 anni, nel 1989, quando facevo il fotografo, ebbi modo di salirci sopra per scattare foto che riguardavano proprio l’ammaloramento del viadotto, che aveva gli stessi miei anni.

Da allora, se potevo, evitavo di transitarci sopra in auto, se dovevo farlo percorrevo il viadotto nel minor tempo possibile perché là sopra non mi sentivo assolutamente al sicuro. Forse era proprio scritto nel mio DNA che il Ponte dovesse diventare parte della mia carriera giornalistica.

Dal giorno del crollo, quel maledetto 14 agosto dello scorso anno, abbandonata in fretta e furia Milano, sono ritornato a Certosa, il mio quartiere. Pensavo di rimanerci al massimo due settimane, prestato dalla redazione sportiva a quella news, e invece eccomi ancora qui, quasi nove mesi dopo.

Non sono stati giorni facili, soprattutto i primi, con i dispersi da recuperare, la conta delle vittime, gli oltre 600 sfollati, un quartiere diventato un quartiere fantasma. Ricordo il silenzio irreale, assurdo di quel 14 agosto, quando ancora i soccorritori scavavano a mani nude, la difficoltà nell’intervistare chi aveva visto dalle proprie finestre il Ponte Morandi crollare.

Non è stato facile lavorare nei primi giorni ma poi, quasi per magia, c’è stata una coesione mai vista prima tra tutti i giornalisti impegnati a seguire questa tragedia. Non ci siamo mai pestati i piedi uno con l’altro, spesso ci siamo scambiati notizie, immagini, interviste perché nessuno era ed è qui per vincere il Premio Pulitzer.

La stessa coesione l’ho trovata tra i parenti delle vittime: vorrei sottolineare che non c’è prezzo per la vita di una persona e in questa immane tragedia sono morte persone giovanissime, il più piccolo era Samuele, di soli otto anni; intere famiglie sono scomparse per il crollo di un viadotto autostradale nel 2018.

Ecco, ripensare a quel Ponte che crolla è un po’ l’emblema di un’Italia allo sfascio. Ci sarebbero mille storie da raccontare in questi 265 giorni trascorsi all’ombra del Ponte Morandi e, tornando alla coesione che vi dicevo prima, l’ho trovata anche tra tutti gli sfollati. 

Sullo sfondo, il Ponte Morandi

Sullo sfondo, il Ponte Morandi

I primi giorni li vedevo spesso nelle tende allestite vicino alla zona rossa a consumare i pasti caldi che arrivavano direttamente da Eataly. Il fatto che venga organizzata lunedì 13 maggio una cena a Identità Golose Milano dal titolo “Orgoglio Ligure” il cui ricavato verrà offerto al Comitato “Quelli del Ponte Morandi“, da certosino e da ligure, mi riempie di gioia.

Ma con il cuore e con la mente vado oltre e penso a come in tutti questi mesi non ho mai lesinato di ricordare e nel mio piccolo di aiutare con il mio lavoro chi in quella tragedia ha perso la casa, ma soprattutto ha perso la vita. Spesso ci si dimentica dei parenti delle 43 vittime. Così mi piacerebbe che, la prossima serata di beneficenza, venisse dedicata all’Associazione Vittime Ponte Morandi, oppure, ancora più particolare per il quartiere sarebbe avere gli chef stellati che cucinino direttamente qui a Certosa, con un evento particolare.


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