Dom Pérignon, quell'equilibrio ideale tra natura e creazione

Un assaggio comparato di Vintage 2003 Plénitude 2 e millesimo 2012 conferma l'arte sublime della maison di Epernay

15-06-2021

I millesimi di Dom Pérignon sono tradizionalmente il frutto di un equilibrio perfetto tra natura e creazione. Tuttavia, occorre considerare il momento storico in cui si decide di degustare un grande champagne. Il miracolo dell’assemblaggio in Maison passa attraverso tre momenti precisi: la selezione di appezzamenti, uve e vini; l’assemblaggio preliminare di uve, succhi e vini in base alla caratteristiche simili e complementari e l’assemblaggio finale. Una maestria che si ritrova costantemente nei calici. Per Dom Pérignon l’autolisi sui lieviti rappresenta l’essenza di quella prospettiva qualitativa che spiega la sigla P2 Plenitude. Ossia perfezione, completezza, pienezza.

Secondo la maison la vita del Dom Pérignon ha tre Plenitude: la prima dopo 7 anni dalla vendemmia, la seconda dopo circa 15 anni e la terza verso i 30 anni. Il Dom Pérignon 2012 è un assemblaggio privo di compromessi, con note acide e amare. Un millesimo molto profondo, figlio di un annata speciale, per Pinot Nero e Chardonnay. Arduo il confronto con millesimo 2003. Il caldo opprimente di quell’estate si tatuò nella memoria dei vignaioli di tutto il mondo. Quell’anno il clima assediò con temperature africane anche la Champagne. A Hautvillers è ricordata come la vendemmia delle sfide: inverno freddo seguito da un’ingannevole primavera piuttosto mite. Il 7 aprile arrivò una gelata che in soli 4 giorni ha devastato i vigneti, soprattutto lo Chardonnay della Côte des Blancs.

foto Pascal Montary

foto Pascal Montary

foto James Bort

foto James Bort

Il mitico chef de cave Richard Geoffroy non si è arreso e ha creato un Dom Pérignon estremo. Nel corso di un’edizione di Identità Golose, a Milano, dichiarò: «Questo millesimo è aggressivo con sorsi che controlli a fatica ma la mia visione è quella di paragonarlo alle annate leggendarie 1947, 1959 e 1976. Fidatevi, evolverà in un grande champagne».

Oggi Vincent Chaperon, l’uomo che ha raccolto il testimone da Geoffroy, ci spiega: «Ecco uno champagne che esprime la vera scommessa con il tempo che ci ha ricompensato. Per me è una vera emozione poter condividere questo vino. 17 anni di storia che svelano una bollicina floreale con evidenti sentori tostati e di cenere. Poi arrivano al naso aromi di albicocca essiccata, fico e lampone che lasciano il posto al pepe bianco e note di rosmarino. Sul finale audaci speziature. Al palato è un vino vibrante, generoso, strutturato con un nota iodata molto persistente».

Lo chef de cave Vincent Chaperon. Foto Harold de Puymorin

Lo chef de cave Vincent Chaperon. Foto Harold de Puymorin

Per noi di Identità, è un vero fuoriclasse di equilibrio. Grazie alla maturità per raggiungere la sua Plénitude 2, è pronto per una straordinaria seconda vita.