Nove ristoranti dove tornare, altrettanti vini che vale la pena assaggiare: ecco a voi "l'abbinamento" perfetto

Abbiam chiesto ai nostri esperti (Benzi, Foglia, Lualdi, Trezzi, De Francesco, Granieri, Tortorelli, Visiello) di raccontarci il primo pasto fuori casa, e la bottiglia che vorranno. Le risposte

03-05-2021

Abbiamo chiesto ad alcuni dei nostri esperti del mondo del vino (Cinzia Benzi, Raffaele Foglia, Marilena Lualdi, Maurizio Trezzi, Amelia De Francesco, Adele Granieri, Fosca Tortorelli, Davide Visiello) che lavorano alla newsletter Identità di Vino di raccontarci due cose insieme: intanto, in quale ristorante torneranno a breve, ora che finalmente si può; inoltre, con quale bottiglia vorranno pasteggiare. Ecco le loro risposte, tratte appunto dall'ultima edizione di Identità di Vino, per riceverla gratuitamente clicca qui.

Dall’Hub di Identità Golose al Clandestino
Chiedetemi se sono felice? Si, lo sono e il motivo è semplice: finalmente potremo tornare al ristorante, in sicurezza. Già prenotato un pranzo di primavera all’Hub di Identità Golose Milano, nel giardino “segreto” di via Romagnosi 3 con una scenografia naturale del glicine in fiore. Un’esperienza gastronomica con i menù di Andrea Ribaldone con Edoardo Traverso, per poi attendere gli ospiti di maggio e dei mesi a venire. Desinare con abbinato un rosso siciliano, l’Etna Rosso Croceferro di Generazione Alessandro, 100% Nerello Mascalese. Siamo a 640 metri sul livello del mare, un vino affinato 12 mesi in tonneaux di rovere francese per il 70% e il resto in vasche d’ acciaio. Eleganti note floreali di geranio, rosa canina lasciano posto al melograno con intense note salmastre, sul finale.
E poi la seconda tappa del mio viaggio della rinascita gastronomica sarà, senza dubbio, nella baia di Portonovo, in riva al mare, con il rumore della natura come sottofondo e il Monte Conero alle spalle. Tavolo vista mare al Clandestino di Moreno Cedroni. La magia dello chalet e il nuovo menù a tema per una cena senza tempo. Immagino un abbinamento con la Riserva Villa Bucci, il re del Verdicchio dei Castelli di Jesi che viene creato da vigne vecchie di 40 e 50 anni. Un bianco che vede il primo millesimo nel 1983 e, ancora oggi, tratteggia la storia del Verdicchio in tutto il pianeta. Ampelio Bucci a Ostra Vetere coltiva in regime biologico creando vini identitari, eleganti e perfettamente in sintonia con la creatività culinaria dello chef Cedroni.
Per i ristoranti vi consigliamo di consultare la Guida ai Ristoranti d'Autore di Identità Golose, che si è dotata di uno strumento in più, cioè una App per smartphone e tablet: per maggiori informazioni, basta cliccare qui.
Cinzia Benzi

 

Il Lagrein Rosé di Lageder ai Tigli
In questo periodo di ristoranti chiusi, c’è solo da immaginare quante pizze da asporto sono state ordinate e consegnate nelle case degli italiani. A questo punto, la giusta pretesa è quella di mangiare una pizza “come si deve”, o anche di più. In tal senso, una delle mete consigliate è sicuramente i Tigli a San Bonificio (che ha annunciato su Facebook la prossima riapertura), dove Simone Padoan, il visionario della pizza che negli anni ha ispirato molti altri suoi colleghi, è sempre pronto a proporre la sua pizza gourmet, come raccontato anche da Paolo Marchi durante la rubrica Capolavori a Tavola, all’interno di Striscia La Notizia dello scorso 20 aprile, e riportato poi in un articolo che potete leggere qui.
Per il vino ci spostiamo in Alto Adige, alla Tenuta Lageder di Magrè. La scelta cade sul Lagrein Rosé 2020, appena uscito in commercio nella nuova bottiglia da 450 grammi, più leggera e con una sempre maggiore attenzione per l’ambiente. Un vino sul quale, come ha avuto modo di spiegare Alois Clemens Lageder, la famiglia Lageder ha sempre creduto, per arrivare alla produzione di un Rosé che non sia un semplice vino estivo, ma che mantenga una certa struttura e che abbia anche una possibilità di affinamento. È un prodotto che ha una buona intensità al naso, immediato e piacevole, e al sorso presenta una spiccata acidità che lo rende ideale a tutto pasto, anche con gli abbinamenti delle pizze di Padoan.
Raffaele Foglia

 

Il San Quirico alla Tavola del Porticciolo
È ciò che è più vicino, che mi è parso più irraggiungibile in questo periodo di restrizioni. Un po’ come accade nei vigneti della Cascina Piano di Angera: se allunghi la mano, ti sembra di sfiorare la sponda piemontese e di toccare il San Carlone.
Ecco, a me è mancato il mio lago, il Maggiore, quello dove sono cresciuta e che all’improvviso non ho più potuto vedere e ascoltare. Allora, adesso afferro una bottiglia di San Quirico 2018 dell’azienda del Verbano. Tutta la produzione è un inno al lago e alle sue caratteristiche, placido, improvvisamente ciarliero, dolce o appassionato. Il San Quirico 2018 Igt Ronchi Varesini è un canto di Chardonnay e Trebbiano, che fa balenare accanto alle note di fiori appartenenti a questi lidi inattesi sentori di frutti esotici. La sua freschezza sa coniugarsi con la pazienza e racconta di vecchie consuetudini che dal tempo traggono forza.
Per celebrare il mio ritorno così vicino, così lontano, vado allora a Laveno Mombello, al ristorante La Tavola del Porticciolo, dove lo chef Riccardo Bassetti imbastisce la sua ricerca fedele al lago e alla sua personalità più profonda, anche tutt’attorno. Non mi sorprende troppo, conoscendo mamma Elisabetta, trovare lì questa bottiglia e viverla, ancora.
Marilena Lualdi

 

Timorasso La Zerba al Ristorante Elena
Il Timorasso va di moda. Una ribalta giustamente legata alle peculiarità di questo vino prodotto in una zona remota, tra l’Oltrepò e il Monferrato, non storicamente rinomata del Piemonte vinicolo. Dai primi anni 90 il Timorasso, vite autoctona a bacca bianca, è stato capace di fare breccia nella considerazione di consumatori ed esperti grazie al recupero e alla sperimentazione, frutto del lavoro di alcuni produttori del Tortonese che ne hanno rivelato il carattere distintivo e le caratteristiche di grande longevità.
Cantine Volpi, azienda a conduzione famigliare presente a Tortona dal 1914, produce da cinque generazioni vini tipici dell’alessandrino. Dal 2003 l’azienda ha acquisito la Cascina La Zerba di Volpedo, per completare il processo di radicamento nel territorio con una agricoltura sostenibile, totalmente convertita alla produzione biologica certificata. Il Timorasso La Zerba 2019 presenta una spiccata e piacevole acidità che unita all’alcolicità decisa garantiscono al Timorasso la capacità di invecchiamento. Un vino strutturato, minerale, con profumi terziari. Nel bicchiere il colore è giallo paglierino, i profumo di agrumi si ritrovano piacevolmente anche in bocca. Un compagno ideale per un pranzo al Ristorante Elena di Domodossola. La sua complessità di sposa alla perfezione alla cucina dell’estroso Cristian Elena, chef di rango e dalla grande propensione all’innovazione.
Maurizio Trezzi

 

Flors di Uis di Vie di Romans al Lido 84
La primavera è nel pieno del suo vigore e i primi tepori di stagione sono il momento ideale per godersi un pranzo sulla riva del Lago di Garda. Ecco che una delle prime tappe gastronomiche da mettere in agenda a maggio sarà Lido 84, a Gardone Riviera (Brescia) per assaggiare le creazioni di Riccardo Camanini.
E in compagnia di uno dei suoi piatti, o magari del Menù Oscillazioni - una degustazione di 7 portate inedite scelte dallo chef - l’occasione sarebbe propizia per stappare Flors di Uis (alla lettera “fiori di uva”) 2009 di Vie di Romans, storica azienda vitivinicola di Mariano del Friuli (Gorizia), un vino prodotto sin dal 1990 e che ben si sposerebbe, per esempio, con lo Spaghettone Burro e Lievito di Birra, uno dei signature dish di Camanini.
Da qualche anno Gianfranco Gallo ha ideato una formula per promuovere i suoi bianchi a 10 anni dall’annata del vino e l’ha chiamata Collezione Millesimi: si può scegliere fra una verticale di 3 annate in cassa da 6, oppure puntare sul singolo millesimo. A sfatare il mito dei “bianchi freschi da bere presto”, questa scelta propone un’immagine diversa e qualificante del vino bianco friulano. Ogni bottiglia è sottoposta a un accurato test che ne verifica la colorazione per appurare che i tannini estratti dal tappo non abbiano inficiato sulla tenuta della bottiglia.
Flors di Uis 2009, uscito nel 2011, è cuvée di tre cru aziendali diverse, ottenuto da un blend di Malvasia e Riesling, con una piccola percentuale di Friulano, a ricalcare l’uvaggio storico contadino dell’isontino. Oggi invece si tratta di una scelta di merito ben precisa dei vitigni, dato che si confermata la sinergia fra le varietà, con la Malvasia che porta note speziate, quelle minerali del Riesling e la frutta bianca del Friulano, che dona opulenza e succosità.
Al momento è in commercio la 2019, ma – come si sarà capito - è ancora davvero presto per stapparla.
Amelia De Francesco

 

Il Syrah di Amerighi a La Tradizione
Dove voglio tornare appena possibile? Dalla famiglia De Gennaro a Vico Equense, senza dubbio. La Tradizione è un posto del cuore, una bottega dove trovare i migliori salumi e formaggi selezionati da Salvatore, dove gustare il leggendario babà rustico di Annamaria, i tagli di cane scelti da Giovanna e le immancabili graffette calde di Pasquale. Mi piace assaggiare i vini selezionati dalla bravissima Maria Luisa, che incontrano sempre il mio gusto.
Tra questi il Syrah di Stefano Amerighi, vino autentico, genuino e territoriale - un po’ come la famiglia De Gennaro - che sembra fatto apposta per accompagnare gli ziti alla genovese. Espressione in purezza dell'omonimo vitigno, è un rosso intenso di grande carattere, ottenuto da uve coltivate in biodinamica sulle colline di Poggiobello di Farneta, in quel di Cortona, territorio di elezione del Syrah in Italia. Profuma di mirtillo e pepe nero, con delicati accenni di terra bagnata e sottili richiami di tabacco e pietra focaia e ha un sorso succoso, ritmato e saporito, con un equilibrio da vero fuoriclasse. Un punto di riferimento assoluto quando si parla di Syrah in Italia.
Adele Granieri

 

La Monade di Enoz alla Taverna Estia
Il cratere estinto di Roccamonfina incontra le pendici del Vesuvio; due storie familiari fatte di identità, fiducia, ecosostenibilità e passione. I mesi di chiusura, scanditi dai ritmi incessanti delle degustazioni virtuali, fanno emergere l’esigenza di momenti condivisione reale.
La prima scelta per questo momento di socialità vera ricade su Taverna Estia di Brusciano (Napoli), un luogo magico e accogliente, dove la cucina dello chef Francesco Sposito è capace di coccolarti e di farti vivere le emozioni più vere. Una realtà che con maestria ed eleganza non nasconde e non rinnega il suo luogo di appartenenza; terra fertile e vulcanica, carica di ortaggi unici e sapori veri. Un luogo raffinato, impreziosito dai colori della natura dell’erbaio situato nel giardino che conduce l’ospite in questa oasi gastronomica. L’elegante cantina trasparente e la cucina a vista disegnano la sala interna; una dimensione familiare che mette l’ospite a proprio agio. Un calice espressivo di La Monade, il Fiano 2019 di Enoz Masseria Torricella completa questo magico momento. Un bianco prodotto interamente in anfora, con macerazione sulle bucce di otto giorni, che con le sue tinte calde ricorda le sabbie vulcaniche e i colori del pomodorino giagiu’ vesuviano. Un giardino ricco di fiori e agrumi, dal mandarino ai fiori di gelsomino, dalla nespola all’acacia, coinvolgono l’olfatto. Il sorso è agile e fresco e la sua traccia sapida lo rende versatile, gastronomico e di grande bevibilità. Un vino vulcanico, familiare ed espressivo che nel suo percorso regala emozioni sensoriali vere e tangibili.
Fosca Tortorelli

 

Ceraudo a 360 gradi: dal vino alla tavola
Appena si è parlato di zona gialla, di riapertura dei confini regionali e dei ristoranti, anche se solo all’aperto, il mio pensiero è letteralmente volato in Calabria. Per la precisione a Strongoli, dove esiste un piccolo angolo di paradiso e un tempio dell’accoglienza: molti avranno già capito che stiamo parlando dell’azienda Ceraudo. O meglio, della famiglia Ceraudo. Roberto Ceraudo è un gentleman della vigna e dell’uliveto, ma anche un vero tutore dell’ambiente e della sostenibilità: «Che terra lasceremo ai nostri figli? Io voglio che sia viva». Tutto nasce da un incidente avuto con degli antiparassitari nel 1988, che aveva colpito Roberto Ceraudo non solo nel fisico, ma anche nell’anima. «Ma l’importante è che poi i vini siano buoni» ha sempre sottolineato. Oltre al vino, l’olio, che viene prodotto da ulivi centenari, a pochissima distanza dal mar Ionio.
Per la cucina ci pensa la figlia Caterina Ceraudo, chef del ristorante di famiglia, il Dattilo, che negli anni è diventato un vero punto di riferimento nella regione e, in generale, in Italia. La sua Calabria è presente in tutti i suoi piatti, dove regnano l’eleganza e la capacità di esaltare le materie prime. Ci sono anche alcune camere, per un’ospitalità completa e un’esperienza sicuramente indimenticabile. Per l’abbinamento ci facciamo consigliare direttamente dalla famiglia Ceraudo: il Dattilo, Val di Neto Igt, Gaglioppo in purezza affinato 24 mesi in botti di rovere, insieme al Maiale e fichi, di Caterina.
La sorella Susy è l’anima “operativa” di tutta l’azienda, mentre con papà Roberto lavora anche l’altro figlio Giuseppe. Il marchio di fabbrica è unico: il sorriso.
RF

 

Il Bianco Pomice di Castellaro al Signum
Estate 2021. Tempo (e voglia) di riaperture e di vacanze, di mare e di isole felici. I desideri veleggiano alle Eolie e si fermano a Salina, la più fertile e verdeggiante dell’arcipelago, su una delle terrazze, sospesa tra cielo e mare, più emozionanti d’Italia: il Signum, luogo dell’anima, hotel e ristorante di Luca e Martina Caruso. Mediterraneo come l’aria intorno è il vino che avvolge l’esperienza: eoliano della vicina Lipari, blend di Malvasia e Carricante (60 e 40%), il Bianco Pomice è dal 2008 il bianco di punta dell’azienda Tenuta di Castellaro, sogno siciliano trasformato in realtà degli imprenditori bergamaschi Massimo Lentsch e Stefania Frattolillo.
Firmato dall’enologo toscano Emiliano Falsini, è ottenuto dalla selezione manuale delle uve durante la raccolta, una pigiatura diretta in pressa pneumatica e una successiva decantazione statica a 10-12°C per illimpidire il mosto. La Malvasia fermenta poi a 16-18°C in serbatoi di acciaio, mentre il Carricante resta in barriques di 3°/4° passaggio con bâtonnage e sosta sui lieviti per circa 6 mesi; affina in bottiglia per almeno 6 mesi. Estremamente versatile, il Bianco Pomice ha spirito e gioia per essere protagonista di un aperitivo e, allo stesso tempo, spalle larghe e muscoli per accompagnare una cena stellata. Nel calice mostra intriganti riflessi verdolini e anticipa un corpo di bella struttura; al naso, come detto, è mediterraneo di erbe aromatiche e brezze marine, cedro, pepe bianco e sensazioni balsamiche. Succoso e saporito, l’acidità è ben integrata con le parti alcoliche e la sapidità pone un accento acuto sul piacere di questo vino dall’elegante finale di mandorla amara, sospiro e gusto per le sere d’estate sotto le stelle.
Davide Visiello