La Colombera, il Timorasso e non solo: orgoglio dei Colli Tortonesi

Elisa Semino: «Siamo una terra di confine. Il Timorasso ha permesso di farci conoscere». Ma le idee non si fermano

01-01-2021
Elisa Semino, al centro, con il fratello Lorenzo e

Elisa Semino, al centro, con il fratello Lorenzo e il padre Piercarlo

Parola d’ordine: mettersi in gioco. Elisa Semino in tal senso non ha dubbi: mai fermarsi, mai “sedersi sugli allori”.

Negli anni Elisa, con l’azienda di famiglia La Colombera, ha saputo ritagliarsi un ruolo importante in quella che può essere definita la riscoperta del Timorasso, portata avanti in primis dal poliedrico Walter Massa e che, negli anni, ha portato alla luce una zona vitivinicola come i Colli Tortonesi che non era mai stata considerata di altissimo pregio.

Uno dei vigneti della Colombera nei Colli Tortonesi

Uno dei vigneti della Colombera nei Colli Tortonesi

«I Colli Tortonesi sono una terra di confine - spiega Elisa Semino - negli ultimi anni ci stiamo facendo conoscere. Tutto è iniziato con mio bisnonno, che qui a Vho, frazione di Tortona, dal 1937 ha portato avanti una tradizione agricola a tutto tondo. Successivamente mio papà ha tolto l’allevamento e ha iniziato a piantare vigne, con il quale facevamo vino da vendere sfuso. Il 1998 è la prima annata d’imbottigliamento. Ora abbiamo 25 ettari».

Il Timorasso è il vitigno principe della zona

Il Timorasso è il vitigno principe della zona

E poi c’è il Timorasso: «Lo abbiamo vendemmiato per la prima volta nel 2000. È sicuramente il vitigno che ci rappresenta di più, anche perché la Barbera la fanno in tutto il Piemonte, mentre per il Cortese c’era già la zona di Gavi. Noi abbiamo il Timorasso: è stato Walter Massa il primo a credere in questo vitigno. Noi ne abbiamo 5 ettari, anche se abbiamo trovato un altro terreno a Sarezzano, il Comune vicino alla frazione di Vho, dove amplieremo la nostra produzione».

L'entusiasmo di Elisa Semino

L'entusiasmo di Elisa Semino

Il piccolo viaggio virtuale nella realtà produttiva della Colombera ci porta a un approfondimento dei bianchi da vitigni autoctoni. Il primo vino in assaggio è Alice, annata 2019: «È la nostra piccola ribelle. Tutto è partito come un esercizio di vinificazione, con il Moscato Giallo vinificato secco: sono 3 anni che proviamo a farlo. Le difficoltà sono due: o porta a riduzione, o porta a un sapore amaro. Al naso risulta aromatico, mentre alla degustazione è secco. Dall’anno scorso abbiamo aggiunto la Malvasia Moscata, da un vigneto sperimentale. Abbiamo provato a leggere il nostro territorio. Al momento è 60% Moscato Giallo e 40% Malvasia, poi passeremo ad avere metà e metà». Un vino che spiazza: al naso offre tutte le note del Moscato, che fa pensare a un vino dolce, ma all’assaggio è secco e con una piacevole nota sapida, immediato e beverino, piacevole a tutto tondo.

Le bottiglie degustate

Le bottiglie degustate

Si passa quindi al Bricco Bartolomeo, il Cortese, vendemmia 2019: «Un vitigno storicamente scelto dai produttori – spiega Elisa Semino – perché era più facile da gestire in vigna». La Colombera, anche in questo caso, ne dà una sua interpretazione: un vino immediato, dove spuntano le note di frutta (pesca e albicocca in particolare), con una buonissima bevibilità, senza essere necessariamente essere ostentatamente strutturato.

Il focus, ovviamente, è tutto per il Timorasso. O meglio, Doc Derthona, che è l’antico nome di Tortona, la “piccola Roma” perché sorgeva su sette colli. «Siamo stati instradati da Walter Massa – racconta Elisa Semino – il primo anno è stato il 2000, con pochissima uva. Nel 2006 è invece nato Il Montino, come cru da una sola vigna. I due vini seguono la stessa vinificazione, ma il Montino viene lasciato per un tempo maggiore in bottiglia. In entrambi i casi si lavora solo in acciaio, con fermentazioni lunghe e permanenza sulle fecce fini, con batonnage, fino a giugno. Il legno? No, non lo usiamo. E a dire il vero non ho mai fatto nemmeno una prova di vinificazione».

Sia il Derthona 2019 che il cru Montino 2018 hanno bisogno solo di una cosa: il tempo. Entrambi sono comunque apprezzabili da subito. Il Derthona 2019 ha una buona struttura, con profumi che passano dal floreale, alla frutta gialla, al miele, mentre al gusto ha una buona freschezza e un’ottima sapidità, con un finale abbastanza lungo e piacevole. Il Montino 2018 ha un passo diverso: ritroviamo la frutta, il miele, la cera d’api, ma anche le erbe aromatiche e una complessità superiore. All’assaggio la sapidità vira verso la mineralità, con un’ottima sensazione retrolfattiva che perdura nel tempo, lasciando una bocca pulita e piacevole. Con il tempo i due vini potranno crescere e completarsi di quei sentori terziari che, negli anni, il Timorasso dona.


Rubriche

In cantina

Storie di uomini, donne e bottiglie che fanno grande la galassia del vino, in Italia e nel mondo