Universo Lavis

In Trentino, 800 soci si prendono cura di 750 ettari di vigna, con risultati ben confortanti. Reportage dalla val di Cembra

23-10-2020
Brindisi della Cantina Lavis al Maso del Diaol. Al

Brindisi della Cantina Lavis al Maso del Diaol. Al centro Corrado Aldrighetti, Ezio DallagiacomaTamara Lazeri

Per cogliere davvero il tempo e la sua alleata inestinguibile, la pazienza, per entrare nello spirito dei vigneti di Lavis, ci sta bene quasi quasi un rito di iniziazione: nel giardino del Tommaso. Sì, Tommaso Bortolotti, che nacque nelle ore in cui l’armata napoleonica lasciava il paese, nel 1796. E che decise che un sogno va realizzato, a tutti i costi, di balza in balza, tra natura e architettura in quella magia che si chiama Giardino dei Ciucioi.

Non è un caso insomma che la Cantina Lavis ci abbia accolto con questa visita, questa introduzione che diventa sostanza, grazie anche a Stefano Delugan che di Tommaso si fa interprete appassionato. Tra agrumi coltivati a condizioni ben differenti e altri prodigi frutto di fatica e investimenti (ma naturalmente, anche uva), scivola una certezza: «La terra prosegue il lavoro dell’uomo». Così accade oggi, in un Trentino che chiama a guardare dentro i suoi paesaggi, la sua anima. Questa sintonia, nello spazio e nel tempo, viene gridata anche dagli ultimi giorni di vendemmia, con le nuvole che si abbassano a dichiarare l’impegno concluso, anche se concluso non lo è mai.

Che cos’è dunque la Cantina Lavis? Un patrimonio collettivo nel cuore del Trentino, con 800 soci che si prendono cura di 750 ettari di vigna all’interno di un territorio collinare particolarmente vocato alla vite. Dentro il nome di un paese, di un torrente, l’Avisio. Il logo, un bassorilievo in legno celebrativo della fondazione della Cantina avvenuta nel 1948 e rappresentante gli scudi dei comuni di Lavis, Giovo e Meano. Perché sì, la cooperativa vinicola sboccia in realtà nel 1850 quando la famiglia Cembran traccia il primo nucleo della sua attuale struttura produttiva, ma la sua nascita ufficiale risale al Dopoguerra, quando 14 intraprendenti viticoltori si prodigano. Poi cresce, si unisce ad altri, anche nel nuovo millennio con la Cantina Valle di Cembra.

Storie di uomini e di donne, perché al Masuo del Diaol incontriamo anche Tamara Lazeri, che racconta come nessuno le abbia insegnato niente: ha imparato i segreti dei vigneti, portando la merenda durante la vendemmia, uno dei momenti più silenziosi e avvolti dalla loro sacralità.

Già,i vigneti i silenziosi protagonisti, dove si è preservata con estrema attenzione – ricorda l’agronomo Corrado Aldrighetti, – la biodiversità. Coltivati per l’80% con uve a bacca bianca, con un discreto predominio di Chardonnay, Pinot Grigio e Müller Thurgau. Tra le uve rosse ecco invece Schiava, Pinot Nero, Merlot, Teroldego e Lagrein. La conseguenza – spiegano alla cantina - di un “progetto zonazione” avviato a metà degli anni Ottanta, che crede in un principio: il vitigno giusto al posto giusto. Dietro, una carta dei suoli che schiude la porta alla scelta di ogni vocazione e guida ciascun viticoltore, escludendo forzature e nutrendosi di pratiche basilari ma non per questo scontate come l’assaggio degli acini.

In questo solco, sono nati i progetti TrentoDoc, Bio e Qualità, oltre al marchio Sqnpi (Sistema qualità nazionale produzione integrata) per salvaguardare appunto la biodiversità di questi paesaggi, insieme al Consorzio di tutela vini del Trentino, il Ministero per le politiche agricole e forestali, l’Istituto Superiore di Sanità e la Fondazione E. Mach. Si attribuisce il giusto valore al territorio, alla sua vocazione, come a quella dell’uomo. E si lascia il tempo necessario, a ogni vigneto, a ogni vino, per esprimersi nella sua pienezza. Da qui anche l’identificazione di  vigne di eccellenza alla base di Ritratto e Maso Franch, punte di diamante della Cantina stessa, di una selezione di 5 monovitigni e della linea Classici.

Giardino dei Ciucioi, Lavis

Giardino dei Ciucioi, Lavis

La degustazione al Maso Franch 

La degustazione al Maso Franch 

Proprio il Maso Franch ci accoglie anche per la prima degustazione, che si lascia vincere piacevolmente dai bianchi, con l’enologo Ezio Dallagiacoma. C’è il tempo che scorre nel Vich Sauvignon, un 2015 di particolare carattere. La competenza significa anche saper ascoltare ciò che il vino sta dicendo: «La scuola ti direbbe di non farlo, il bicchiere sì. Poi c’è sempre ricerca, fare il vino che abbia una personalità significa andare in interazione con l’ambiente». Corrado Aldrighetti ci spalanca il libro ricco di pagine inesauribili del Trentino, anche per accogliere i turisti: «Per noi è importante portare le persone nei vigneti. Mostrare che non si produce solo uva, ma uno stile. Spesso guardo i vigneti nel suolo, occorre un suolo sano, calpestabile, più arieggiato e meno compatto. Occorre sostenibilità».

Parola chiave che si respira viaggiando tra i vigneti e fino in cantina, degustando. Si parte dal Diaol, Chardonnay Vigneti delle Dolomiti Igt attraverso un incontro con tre annate: la 2016 è quella che ci racconta il senso della pazienza, una vendemmia ritardata di una decina di giorni («Per noi, tantissimi») che fa racchiudere poi una promessa ancora più intensa di frutta e mineralità.

Così Maso Franch - incrocio tra Manzoni e Chardonnay, novità lanciata nel 2019 - è una palestra, pegno del vecchio maso che vegliava su un ambiente incontaminato: lo svela fin dal colore, con l’oro che si tinge di riflessi verde chiaro. Ma parla anche del carattere della terra, con le note di pietra focaia. Non si può dimenticare appunto Ritratto, il rosso che è diventato icona dell’azienda trentina e appare solo nelle annate considerate magnifiche. Quando i sogni – come quelli del Tommaso – possono realizzarsi, senza paura della fatica e d’accordo con la natura.


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