Spumanti in Abruzzo: una strada (in salita) che vale la pena affrontare

Le bollicine rappresentano il 2% della produzione regionale. Il dubbio: si può puntare sugli autoctoni?

14-02-2020
Spumanti Abruzzo vino consorzio

Gli spumanti d'Abruzzo al centro di un focus all'ultima edizione di Spumantitalia che si è svolta a Pescara

Gli spumanti d’Abruzzo sono un’opportunità per far conoscere meglio i vini di questa splendida regione, o sono una strada troppo in salita da intraprendere? Una domanda che ci siamo posti durante SpumantItalia, la manifestazione che si è tenuta a Pescara dal 23 al 26 gennaio scorso, con la fondamentale collaborazione del Consorzio Tutela vini d’Abruzzo.

In particolare una masterclass ha cercato di fare un quadro dell’attuale produzione di bollicine abruzzesi, tra metodo classico, metodo italiano e anche qualche ancestrale.

Valentino di Campli, presidente del Consorzio Tutela Vini d'Abruzzo, e sullo sfondo il mar Adriatico 

Valentino di Campli, presidente del Consorzio Tutela Vini d'Abruzzo, e sullo sfondo il mar Adriatico 

C’è da considerare che la produzione spumantistica abruzzese pecca sicuramente di gioventù, in quanto i primi tentativi di bollicine risalgono a una ventina di anni fa. «In realtà – spiega il presidente del Consorzio vini d’Abruzzo Valentino Di Campli – ci siamo accorti che i nostri vini base, da vitigni autoctoni come Pecorino, Passerina e Cococciola, venivano venduti sfusi ad aziende che poi li utilizzavano come basi spumanti. A quel punto abbiamo pensato anche noi di fare la stessa cosa, cioè di iniziare a realizzare delle bollicine».

Gioventù che si trasforma in mancanza di esperienza: perché un conto è produrre Pecorino o Passerina per i vini fermi, e un altro e la conduzione di un vigneto finalizzata alla realizzazione di basi spumanti.

I vini in degustazione a Spumantitalia

I vini in degustazione a Spumantitalia

Un altro aspetto da considerare è quella dell’estrema differenziazione dei terroir che caratterizzano l’Abruzzo. Ci troviamo in una regione sicuramente caratterizzata dal mare. Ma dalla costa, in brevissimo tempo, si sale di altitudine, verso le montagne. «Siamo in un territorio ricco di microclimi e terreni differenti – ribadisce il presidente Di Campli – Ogni zona ha qualcosa di diverso da esprimere. Ma dobbiamo anche riuscire a comunicare questa nostra grande potenzialità».

Per quanto riguarda le bollicine, gli spumanti rappresentano solo il 2% della produzione complessiva: il metodo Martinotti (o italiano) aiuta a esprimere meglio l’aromaticità dei vigneti autoctoni. La Cococciola, per esempio, è molto particolare: è un’uva povera, con chicchi molto grossi e una produzione molto generosa. Bisogna quindi lavorare sulle rese, per avere una maggiore qualità del prodotto base.

Un brindisi con gli spumanti d'Abruzzo

Un brindisi con gli spumanti d'Abruzzo

Discorso diverso per il metodo classico che aumenta le complessità: in questo caso il singolo produttore può scegliere se puntare sugli autoctoni, in purezza o in prevalenza, o sugli internazionali classici da spumante, cioè Chardonnay e Pinot Nero. Nei vari assaggi, l’impressione è quella che la maggiore finezza venga determinata proprio dagli internazionali, mentre pare più difficoltosa la strada per gli autoctoni.

Curiosa infine la realizzazione dei vini con il metodo ancestrale: se da una parte non dobbiamo attenderci finezze ma aromaticità particolari dettate dalla presenza dei lieviti.

La degustazione dei vini

La degustazione dei vini

Nella masterclass sono stati messi a confronto 10 spumanti abruzzesi differenti: tra questi segnaliamo il Brut Metodo Classico dell’azienda Di Sipio, 60% Chardonnay e 40% Pinot Noir, 42 mesi sui lieviti per una grande finezza e una buona complessità; il Santa Giusta Brut Millesimato 2013, con 70% di Pinot Noir e 30% di Chardonnay, che riesce a sfruttare la complessità del Pinot, coltivato a un’altitudine di 650 metri sul livello del mare.

Piacevole anche il Pinot Grigio, metodo ancestrale, di Cantina Orsogna, anche se esce dai canoni della bollicina classica.

Ma torniamo alla domanda iniziale: gli spumanti sono un’opportunità per l’Abruzzo? Probabilmente sì, non certo come obiettivo principale della produzione regionale. C’è un gap da colmare rispetto alle zone più famose e con una maggiore tradizione spumantistica, come Franciacorta o TrentoDoc.

Se per ora convincono maggiormente i vini prodotti con i vitigni classici della spumantizzazione, cioè gli internazionali, gli autoctoni possono rappresentare una risorsa importante per prodotti unici e identitari. Solo il tempo potrà darci una risposta.


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