Dieci anni di Lugana Doc de Le Morette

Una degustazione alla cieca, che permette anche di cogliere l'influsso del nuovo clima sulla coltivazione di questa vite

09-07-2019

Bisogna mettere le dita tra le barbatelle e allearsi con una macchina scrupolosa e gentile, per cogliere il messaggio: innestiamo un pezzo di futuro e di tradizione qui. Un’operazione eseguita con il cuore, che però si dovrebbe chiamare senso di responsabilità per avere un vino specchio della sua terra e delle sue origini. L’azienda Le Morette ce l’affida, un gesto semplice e diretto, per cominciare a raccontare i dieci anni di clima vissuti dal Lugana Doc.

Ci entriamo, prima attraverso le spiegazioni a opera dell’enologo Marco Tonni. Come in una sinfonia, vi si intrecciano le convinzioni di Fabio e Paolo Zenato, cresciuti con l’attenzione al vino e agli aspetti vivaistici di papà Valerio, anzi prima ancora di nonno Gino, il fondatore. Infine, ma non ultima, la degustazione alla cieca con Nicola Frasson, che sempre le mutazioni climatiche ci vuole trasmettere, rivolgendoci direttamente alla Lugana.

“Le Morette” stesso è un richiamo alla natura, come un volere non cedere il passo, bensì accompagnare: il riferimento è al Germano Reale, che nidifica nel Laghetto del Frassino. Affascinante ed elegante, come il vino che si vuole porgere al mondo. Perché oggi la produzione è di 450mila bottiglie, di cui due terzi in viaggio oltre confine. 

Trentacinque ettari, dove l’argilla vuol dire la sua, con una forza non invadente. Fa viaggiare nella storia, nei movimenti del ghiacciaio del Garda e poi conduce alla sua regina: una vite adattabile e molto generosa in germogli e uva, ricorda il dottor Tonni, ma che vuole essere accompagnata.

In fondo, tutto il percorso ci narra questo, che bisogna camminare insieme: una lezione ancestrale eppure provocatoria. E allora non ha senso far soffrire la vite, l’irrigazione dev’essere meticolosamente rispettosa. Ancora, l’erba alta è non consentita, bensì ricercata in primavera: c’è un momento in cui cercare l’efficienza, non la bellezza, perché non ci sono scorciatoie macchiate di estetica verso la qualità.

La parete vegetativa non dev’essere troppo spessa, né troppo chiazzata. E niente diserbo chimico, piuttosto il diffusore di feromone per disorientare la natura naturalmente. Anche la cantina racconta tutto questo sforzo rispettoso: ricercare sempre, non dimenticare mai. 

Prima di degustare, innestare le gemme di barbatelle ci rammenta questo senso di responsabilità, autentico e silenzioso: l’anno prossimo anche con il nostro tocco prima maldestro, poi più fiducioso, altro prenderà vita, ancora. 

Allora, tuffiamoci in questa verticale. Una degustazione alla cieca, nel senso che lasceremo svelare a queste bottiglie coperte la narrazione degli anni. Mandolara, Benedictus, Riserva Lugana non ci parlano soltanto del passaggio in solo acciaio o della carezza del legno, bensì di annate profumate di conferma o sorprese.

Il Lugana Doc 2016 comincia a sussurrarci proprio questo: che l’argilla è il primo, determinato passo, che poi lascia la parola all’adattamento di questo vitigno e all’impronta avveduta delle scelte umane. A una fermentazione paziente, a temperatura controllata, e a un affinamento sui lieviti nobili, affinché il carattere si manifesti anche nella mineralità.

Il Mandolara Lugana Doc 2014 quasi ci abbaglia, con il suo giallo dorato, che si attenua in una freschezza delicata, di frutta con garbo percepita. Arrivando fino al Benedictus Lugana Doc 2008, un’annata equilibrata che si carica di personalità.

Ci allontaniamo da Peschiera del Garda, con la lezione non cattedratica  di Tonni: «La vite non può scappare, il clima sta cambiando e dobbiamo imparare a gestirlo. Un tardivo bianco ha più tempo per assorbire sali minerali, ma io devo aiutarlo». Noi dobbiamo aiutare, sempre. Magari non sempre perché generosi come queste viti, ma perché ci sentiamo invitati a seguirle.


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