Cristina e Alessandro Guidi sono i titolari, a Zola Predosa vicino Bologna, della Caraiba, creata nel 1993 per importare e distribuire calici e bicchieri di altissima qualità. Tale il successo, che presto avrebbero allargato lo sguardo a tutto ciò che concorre a realizzare una mise en place di estrema eleganza, senza mai tocchi pesanti, quel lusso greve che piace tanto a chi deve ostentare ricchezze create da poco, più da arricchiti che da ricchi.

Mi piace sapere che, come hanno scritto in un comunicato, “con il 2021 è arrivato il momento di archiviare ciò che non serve più. Vogliamo dare spazio a qualcosa di sorprendentemente nuovo. In tutti questi anni abbiamo visto crescere i nostri sogni e oggi vogliamo assieme condividere  nuove emozioni. Da un’esperienza trentennale  nella distribuzione di calici, nasce la prima Collezione Creazioni Caraiba, una selezione di design italiano e qualità europea”.

Al di là delle varie linee, nove in tutto, riprendo questa novità perché mi fa davvero piacere sapere che, in piena pandemia, la Caraiba ha aggredito il caos e la crisi investendo su se stessa e sulla ristorazione di qualità.

Paolo Marchi

Testi a cura di Raffaele Foglia

identitadivino@identitagolose.it

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Newsletter 145 del 31 gennaio 2021

Wine Tip 

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Cristina e Alessandro Guidi sono i titolari, a Zola Predosa vicino Bologna, della Caraiba, creata nel 1993 per importare e distribuire calici e bicchieri di altissima qualità. Tale il successo, che presto avrebbero allargato lo sguardo a tutto ciò che concorre a realizzare una mise en place di estrema eleganza, senza mai tocchi pesanti, quel lusso greve che piace tanto a chi deve ostentare ricchezze create da poco, più da arricchiti che da ricchi.

Mi piace sapere che, come hanno scritto in un comunicato, “con il 2021 è arrivato il momento di archiviare ciò che non serve più. Vogliamo dare spazio a qualcosa di sorprendentemente nuovo. In tutti questi anni abbiamo visto crescere i nostri sogni e oggi vogliamo assieme condividere  nuove emozioni. Da un’esperienza trentennale  nella distribuzione di calici, nasce la prima Collezione Creazioni Caraiba, una selezione di design italiano e qualità europea”.

Al di là delle varie linee, nove in tutto, riprendo questa novità perché mi fa davvero piacere sapere che, in piena pandemia, la Caraiba ha aggredito il caos e la crisi investendo su se stessa e sulla ristorazione di qualità.

Paolo Marchi

Testi a cura di Raffaele Foglia

identitadivino@identitagolose.it

Lupicaia, l’eleganza ha bisogno solo di tempo

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Probabilmente, per chi ama il buon vino, Castello del Terriccio non ha bisogno di lunghe presentazioni. Nomi come LupicaiaTassinaia e, ovviamente, Castello del Terriccio non sono certo nuovi nelle cantine di ristoranti, enoteche e appassionati.

Lupicaia è la punta di diamante dell’azienda: prima annata nel 1993, le uve provengono dal Vigneto Lupicaia, ubicato nella parte più vocata dell’azienda e delimitato da filari di eucalipti, che prende il nome dall'omonimo ruscello dove anticamente si avvistavano i lupi.

Realizzato prevalentemente da uve Cabernet Sauvignon, con l’aggiunta del 10% di Petit Verdot, è un vino dalla grande struttura e soprattutto dalla grande longevità. In commercio c’è l’annata 2015, ma noi abbiamo avuto il piacere di assaggiare il 2010: è la dimostrazione che si tratta di un grande vino che ha bisogno di tempo per affinare. La complessità va a braccetto con l’eleganza, la struttura è notevole ma l’acidità è un piacevole supporto che porta ad avere un vino non solo da meditazione, ma che si sposa molto bene con i piatti tipici della tradizione Toscana.

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Ao Yun, il vino all'ombra dell’Himalaya

Ao Yun è senza dubbio il vino cinese più famoso al mondo. In italiano significa “Volare sulle nuvole”, nome evocativo per le nuvole spesse e vaganti che caratterizzano i cieli di quei vitigni. Siamo di fronte alla scommessa più originale vinta dal gruppo LVMH: produrre un grande rosso alle pendici dei monti Meili Xue Shan, nella regione sud-occidentale dello Yunnan. Patrimonio Mondiale dell’Umanità Unesco dal 2003, è una porzione vitata scelta accuratamente con maestria: raggruppa 314 parcelle di vigneti, distribuite in poco meno di 28 ettari. Appezzamenti vitati messi a dimora nei 4 villaggi cinesi di Xidang, Sinong, Shouri e Adong tra i 2.200 e i 2.600 metri sul livello del mare.

I climi sono simili a Bordeaux e le alte vette contribuiscono alla creazione di un terroir singolare. Le poche piogge estive, accompagnate da marcate escursioni termiche, contribuiscono a offrire vigne ben coltivate, in regime di agricoltura biologica. La Tenuta di Ao Yun, che ha la cantina nel villaggio di Adong, è proprio a 2.600 metri ed è tra le più alte al mondo.

Dopo le prime tre annate di Ao Yun, si è decisa la composizione del blend di questo millesimo 2016 a Hong Kong, perché la percezione del gusto con ossigeno rarefatto in quota non è la stessa. Occorre infatti restare sul livello del mare dove il grado di umidità dell’aria resta costante. Si tratta di un taglio bordolese classico, 74% Cabernet Sauvignon e 20% Cabernet Franc, arricchito in questo millesimo da piccole quote di Syrah (4%) e Petit Verdot (2%). Tocchi di morbidezza e ampiezza palatale che emergono all’assaggio.

Cinzia Benzi

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Matan di Pfitscher, l’eleganza di Montagna

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Una realtà familiare quella dei Pfitscher, giunta alla sua terza generazione, fatta di coltivatori che raccontano in modo appassionato e coinvolgente il lavoro che svolgono in vigna; l’unica regola è il pieno rispetto della natura, assecondando l’esigenza della pianta. Siamo in Alto Adige, a Montagna, la qualità della loro viticoltura punta su vini varietali fortemente legati alla terra da cui le uve nascono.

Le particolari condizioni del suolo, le evidenti escursioni termiche tra notte e giorno e in generale le condizioni climatiche, permettono di ottenere uve dalle caratteristiche uniche, da qui la scelta lungimirante di sistemare i nuovi impianti ad altimetrie più elevate, con altitudini comprese tra i 500 e i 900 metri.

La ricerca costante di vini espressivi del vitigno di riferimento e improntati su una spinta sapida, sono le linee guida che il giovane Hannes Pfitscher applica in vigna; dimostrazione tangibile di questa cura e attenzione in campo è riscontrabile nel Pinot Nero Riserva Matan 2018. Le uve di Pinot Nero sono coltivate in zona Gleno, a un’altitudine compresa tra i 500 e i 600 metri, il risultato è un vino fresco, ricco ed elegante, profondo e al contempo luminoso nelle sue tinte rubino, cattura l’olfatto con le sue nuance di piccoli frutti di bosco e spezie, dal legno di sandalo alla cannella, finanche a dolci tracce di tabacco e cacao. Avvolgente e suadente coccola il palato, di grande persistenza è perfettamente bilanciato grazie a una trama tannica puntuale ed elegante.

Fosca Tortorelli

Riva del Garda: Loré dai profumi di lago

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Vini che sanno di lago. Parliamo infatti di Cantina Riva del Garda, cooperativa agricola trentina sorta nel 1926 come associazione di produttori che nel 1957 inizia la sua attività di azienda vitivinicola mentre nel 1965 viene aperto il frantoio. Nel corso di questi ultimi decenni, l’azienda è cresciuta fino all’attuale assetto che comprende 300 soci conferitori di vino e olio, 80 dei quali si dedicano esclusivamente alla produzione dell’olio d’oliva.

I vigneti dei soci conferitori si sviluppano sulle sponde del Garda. «Terreni particolari che nel nostro territorio presentano i più alti contenuti di argilla di tutto il Trentino», spiega Furio Battelini, direttore ed enologo. Data la posizione si ha un positivo connubio tra terreni areati e assenza di ristagni d’acqua è ideale proprio per produzioni di tipo biologico. «La zona dove nascono i vini di Cantina Riva del Garda ha una connotazione precisa, in pratica possiamo parlare di un unicum che non si riscontra in nessun’altra parte e per il quale in una zona tipicamente montuosa si respira un clima temperato con riflesso positivo sulla crescita dei vitigni» conferma Furio Battelini.

Un esempio arriva dal vino Loré, vinificato con le migliori uve provenienti dai vigneti più vocati alla coltivazione del vitigno Chardonnay con l’aggiunta di una piccola percentuale di uve Manzoni Bianco. Fermentazione e affinamento in legno, fa pensare a un vino “pesante”. Invece, forse anche grazie alla compartecipazione del Manzoni Bianco, il Loré 2018, per esempio, è sicuramente un vino d’impatto, a livello olfattivo, con note di frutta dolce e mela, con piccole note floreali e di miele. In bocca stupisce per freschezza e sapidità, per una beva forse inattesa mantenendo una notevole struttura.

Bertani, Le Miniere di Novare affascinano

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Fondata nel 1857 dai fratelli Giovan Battista e Gaetano Bertani, l’azienda di Grezzane rappresenta oggi una delle firme più autorevoli dell’areale. Esattamente un secolo dopo la fondazione, nel 1957, la famiglia Bertani ha acquisito Tenuta Novare, nel cuore della Valpolicella Classica, custodita da una sorta di anfiteatro naturale, dove i vigneti si alternano ai boschi e alla natura rigogliosa. Da Tenuta Novare è partito il progetto “Bertani Cru”, con l’obiettivo di liberare il grande rosso veneto dalla gabbia dell’appassimento, per lasciargli esprimere appieno la propria identità territoriale, attraverso due selezioni aziendali: Ognisanti e Le Miniere

Le Miniere nasce da uve Corvina e Corvinone coltivate in vigneti posti sopra le miniere di Novare, che si estendono per oltre due chilometri all'interno del versante esposto a sud-ovest della Tenuta, da cui storicamente si estraevano ossidi di ferro e manganese. Un Valpolicella frutto di una filosofia produttiva contemporanea che ne valorizza la facilità di beva, senza tradirne la complessità aromatica. Un vino in cui i profumi di amarena e rosa canina si arricchiscono di note di pepe bianco e richiami balsamici, dal sorso succoso e dall’intenso allungo salino.

Adele Granieri

Nel Terrano di Castelvecchio si respira il Carso

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«Il Carso, questa terra a volte dura ma sempre generosa, l’abbiamo nel cuore». È questo lo slogan dell’azienda Castelvecchio di Sagrado, in provincia di Gorizia, che descrive la tenacia di chi ama la propria terra.

I 120 ettari che circondano l'azienda fanno parte di un parco naturale di roccia calcarea e di terra rossa ricca di minerali, in un ambiente ideale per la coltura della vite. Il microclima asciutto, sempre ventilato, con buone escursioni termiche, è favorito dalla vicinanza del mare e della Bora, vento locale che soffiando sovente rende salubre la viticoltura e garantisce una condizione climatica ideale. È in questo contesto che l'azienda coltiva i propri vigneti, che occupano i 35 ettari centrali della proprietà. Dal 2013 l'azienda ha scelto una viticoltura sostenibile a basso impatto ambientale, prima attraverso la conversione al biologico e abbracciando la biodinamica dal 2018 quale strumento per mantenere vivo il terreno e trasferirne le qualità nei vini.

Ci concentriamo sul Terrano, annata 2018: ci piace parlare di un vitigno spesso sottovalutato, ma che può regalare delle ottime espressioni. Quella di Castelvecchio è una proposta che convince, soprattutto giocata sulla bevibilità: un vino dal colore intenso, profumato, con note di frutti di bosco, che in bocca risulta fresco e piacevole, sapido e anche un po’ minerale. Un vino che sicuramente porta il pensiero verso il Carso, così duro e generoso.

Ciliegiolo di Petra, il vino del mare

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Terra Moretti definisce "vino del mare” questo Ciliegiolo che nasce a Suvereto, poco distante dalla costa toscana. Petra, che prima di essere un’azienda vinicola è un’oasi naturale che si estende su oltre 300 ettari, è vicinissima tanto alle colline ferrose della Val di Cornia quanto alle spiagge del Mar Tirreno. La struttura, disegnata da Mario Botta, è costituita da un corpo cilindrico, simbolo di un approccio sensibile al processo tecnologico. Petra è un'azienda dall'impronta fortemente femminile, perché se è vero che è stato il patriarca Vittorio a comprare i cento ettari di vigna tra San Lorenzo e Campiglia Marittima, è stata Francesca Moretti ad aver dato vita a questo posto dall'indole selvatica, indirizzata da un sentimento di profondo rispetto per l'identità del luogo.

Questo Ciliegiolo però è vino del mare anche per la sua indole spensierata, vivace e leggiadra: note di ribes e lampone delineano i profumi assieme ricordi di macchia mediterranea e fanno da preludio ad un sorso intenso, succoso e delicatamente salino.

AG

Gattaia, Pinot Nero di Toscana che sorprende

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Michele Lorenzetti è biologo, enologo e viticoltore. Nella sua azienda a Vicchio - circa 10mila bottiglie l’anno e 7 etichette - coltiva in biodinamica poco meno di 3 ettari di vigneto, in quel Mugello che da Firenze corre verso l’Appennino toscano. Un territorio considerato fino a poco fa “estremo” per la produzione vinicola, ma che presenta alcuni aspetti che rendono i vini assai interessanti: un clima continentale, con sbalzi termici notevoli, che aiutano gradualità della maturazione, una gran quantità di luce e terreni complessi e antichi, calcarei, poco profondi, composti da argilla, limo galestro e arenaria, terreni che consentono un’espressione personale ai vitigni che vi si coltivano.

Nella vigna Gattaia, piantata nel 2006, convivono piante di Pinot Nero, Sauvignon Blanc e Riesling. La caratteristica di questo ettaro vitato scosceso - presenta un dislivello di circa 100 m nel cammino da un’estremità all’altra - è la sua altitudine, oltre i 600 m, che le consente di restare al di sopra delle nebbie che caratterizzano per buona parte dell’autunno e dell’inverno l’altopiano del Mugello.

Il Pinot Nero Gattaia che ne deriva è una sintesi di queste specificità. Il 2014 assaggiato, riflette però anche in pieno l’annata: una stagione difficile dove la maturazione delle uve è stata tardiva. Di conseguenza Lorenzetti - che dal 2013 ha iniziato a vinificare con i raspi e dal 2015 ne lascia il 100% - ha deciso di procedere con un diraspamento totale. Il vino che ne risulta è piacevole, sul frutto, meno incisivo ed espressivo nei tannini rispetto ad annate maggiori, ma potrebbe rivelare sorprese future nelle sue evoluzioni organolettiche.

«La 2016 - ottenuta da uva intera, con 4 giorni di fermentazione su bucce e raspi - è totalmente diversa ed è paradigmatica del mio Pinot Nero - commenta Lorenzetti - Il Pinot di Gattaia è comunque un vino dalla duplice anima: da una parte, vista l’altitudine della vigna, assume una veste scura; dall’altra, la nota grave è rinfrescata dalla parte aromatica dei raspi che danno freschezza frutto e una balsamicità che arriva bene al naso, con i tannini che resistono nel tempo e che fanno da rotaia di scorrimento alla parte gustativa».

Amelia De Francesco

Roy, dalle Marche il Rosso particolare di Fiorini

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Anche i gregari possono ambire al ruolo di solisti e reclamare attenzione sul palco. Così canta, anzi raffigura Roy 18 Rosso particolare dell’azienda Fiorini.

Siamo nelle Marche e anche questa è la storia di una grande famiglia. All’avvio del secolo scorso Luigi Fiorini che è agronomo e docente di pratica agricola, compra una tenuta e dà vita al primo vigneto. Proseguirà con passione l’opera Valentino, poi prende le redini Carla. L’azienda a Terre Roveresche ha messo al centro della sua filosofia il rispetto della natura (e dell’uomo) e ha puntato sul biologico. Roy è un esercizio artistico, un omaggio nel nome all’artista Roy Lichtenstein, del quale infatti si riportare la citazione: «L’arte è misteriosa e definibile». Sembra una contraddizione, ma in realtà è una dichiarazione di armonia che si prova a trasmettere anche con questo vino. Viene appunto da un vitigno gregario, accanto agli impianti di Sangiovese. Vinificato con i propri raspi, affronta dieci mesi in tonneaux di rovere francese, quindi sei mesi in bottiglia. Porta la ricchezza di chi è stato nascosto, ma non inattivo. Lo raccontano in particolare le sensazioni trasmesse all’olfatto, un incontro di rose, frutti rossi e spezie: una scoperta continua.

Marilena Lualdi

Campocasa 2017 di Jako Wine, novità dal Lazio

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Jako Wine nasce ufficialmente a febbraio 2015, l’idea di Luca Berti - imprenditore veronese nel mondo della logistica e dei trasporti - e di Michele Ceradini è stata quella di realizzare del buon vino da condividere con amici e clienti. Il fortunato incontro con Severino Barzan, diventato poi ambassador ufficiale di Jako Wine, ha dato il via alla ricerca dei vigneti che avrebbero dato vita alle loro successive etichette. La mission di Jako è infatti quella di individuare i vigneti e i vitigni più rappresentativi del territorio italiano da trasformare in esperienze indimenticabili in bottiglia.

Enologo responsabile della produzione è il giovane veronese Lorenzo Dionisi che insieme a Severino Barzan realizza tutte le etichette di Jako, Severino firma personalmente la “Collezione Severino” di cui il Campocasa è una delle referenze. Prodotto da uve roscetto laziale è assimilabile al Trebbiano giallo, menzionato per la sua qualità dal naturalista Giuseppe Acerbi e descritto come uva dalla “polpa duracina e zuccherina”. Il suo nome sembra sia legato al colore della sua buccia che, in fase di maturazione arriva ad assumere una singolare tonalità di rosa. Il risultato nel calice è un bianco di struttura, dall’olfatto poliedrico, connotato da frutta gialla polposa, cenni balsamici e di burro nocciola; il sorso deciso e avvolgente richiama tracce fumè che gli danno lunghezza e profondità.

FT

Fortissimamente Etna nel Petralava Rosato

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L’Etna fortissimamente, anche quando è delicato e gradevolmente civettuolo. Così avvertiamo Petralava Etna Doc 2019, rosato prodotto dall’azienda Antichi Vinai.  Missione della famiglia Gangemi, da quattro generazioni, valorizzare i vitigni etnei e autoctoni siciliani.

Petralava (85% Nerello Mascalese, 15% Nerello Cappuccio) inizia la sua storia proprio alle pendici dell’Etna, in un terreno di origine lavica a Castiglione di Sicilia e Randazzo con un allevamento tramandato dalla tradizione: ad alberello e controspalliera. Le decise escursioni termiche ne temprano il carattere e nella prima decade di ottobre si raccolgono a mano le uve, macerate a freddo per 48 ore e poi sottoposte a pressatura soffice. Quindi la fermentazione a temperature controllate. Ultima tappa l’affinamento nei serbatoi di acciaio inox, che richiede almeno quattro mesi.

Quell’incontro tra sabbie vulcaniche ed escursioni termiche fa scoccare la scintilla ed ecco che questo “figlio del vulcano” si presenta prima di tutto con un profumo nel segno di piccoli frutti di bosco e una mineralità intrigante. Porgendo poi una freschezza che completa l’opera di seduzione. La prova che si può essere di carattere, pur avendo versatilità: la sua capacità di abbinarsi a pietanze anche molto diverse.

ML

Cantina Marilina e la Gioie de Vivre di Cecile

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La gioia di vivere è l’unica via per la felicità: nasce così, come dedica unica e speciale a una vita che inizia, Cecile – Gioie de Vivre, orange wine prodotto da Cantina Marilina, azienda vinicola certificata vegan della splendida Val di Noto. Fondata nel 2001 da Angelo Paternò, già presidente della DOC Eloro e per anni enologo e direttore tecnico di noti brand dell’isola, l’azienda è oggi guidata dalle figlie Marilina e Federica: al centro del progetto una viticoltura sostenibile, articolata in un’agricoltura biologica certificata in vigna, in una riduzione massima degli interventi in cantina e in vinificazioni in vasche di cemento utilizzando lieviti indigeni.

Giallo aranciato intenso con sentori freschi al naso di agrume e pepe bianco, foglia di pomodoro, appunti salmastri e dolcezze sfumate, Cecile è il risultato di uno studiato processo privo di filtrazioni, refrigerazioni o chiarificazioni, che parte da una vendemmia tardiva di uve Moscato bianco, 18 ore di macerazione sulle bucce, prosegue con una fermentazione in barriques da 220 litri e si completa con un affinamento in barriques vecchie per 28 mesi e in bottiglia per ulteriori 6 mesi. Si tratta di un vino piacevole, vivo e di bella complessità, mai stancante, dalle nuance mediterranee; il tannino si sente, ma non è invasivo, la nota alcolica importante è ben contrastata da una succosa verve acida. Gioie de Vivre.

Davide Visiello

Amaro Erbe e Fiori di Bonaventura Maschio

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Anna e Andrea Maschio, quinta generazione della famiglia Maschio, rappresentano l’anima della storica distilleria veneta. Trend setter del settore sono creatori del nuovo Amaro Bonaventura, omaggio al suo fondatore e alle antiche ricette rielaborate in chiave contemporanea. 

Proprio alla fine degli anni Settanta la distilleria di Gaiarine realizzava un Amaro Bonaventura con un’etichetta raffigurante dei fiori, dettaglio piuttosto inedito per l’epoca. Partendo dalle proprie radici i fratelli Maschio hanno ricettato un amaro moderno, floreale, immaginando un’immersione nei giardini d’infanzia. Partendo da una selezione maniacale delle botaniche nasce Erbe e Fiori. Colore ambrato, esplosione di note floreali di geranio, legno di rosa, tiglio e fiordaliso. E poi ancora foglia di limone e camomilla. Accanto sfumature fruttate di pera e mele, le stesse che derivano dall’ uva proprio come l’acquavite. La componente amaricante si esalta con l’arancia amara. Papille gustative in estasi dalle note erbacee d’ortica e trifoglio fibrino. Da provare a fine pasto. In vendita sull’e-commerce della distilleria.

CB

Caroni e Amaro Amara: matrimonio d’amore

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Il rosso è il colore dell’energia, dell’amore e della lava e naturalmente delle arance rosse di Sicilia; così il rosso di Amara - l’iconico liquore di arance rosse siciliane IGP - lancia il suo nuovo prodotto e dà vita a Amara Caroni.

Nonostante il difficile scenario economico nazionale e internazionale del 2020 l’azienda ha scelto di non posticipare azioni e investimenti legati ad un’ottica di sviluppo e crescita della produzione; il recente lancio di Amara Caroni ne è la dimostrazione. Un esperimento appassionante realizzato in una vera e propria edizione limitata - appena 386 bottiglie del primo imbottigliamento a cui se ne aggiungeranno a marzo 2021 altre 1638 - pensata per gli appassionati del genere. Nato per gioco dalla collaborazione con la celebre azienda di distribuzione Velier, è diventato un progetto importante che ha subito riscosso il meritato successo.

La felice intuizione di Edoardo Strano, proprietario e ideatore del marchio Rossa Sicily, che quelle botti così cariche di personalità potevano sposarsi con il carisma del suo Amaro Amara, ha dato vita a una versione nuova decisamente più complessa.

Amaro Amara dopo essere stato infuso tra le migliori scorze di arance rosse di Sicilia IGP e le erbe aromatiche dell’Etna viene conferito all’interno delle botti di rovere americano e posto a maturare in una zona dell’antica masseria di famiglia, dove la temperatura e le condizioni di umidità sono pressoché costanti per diventare, dopo 12 lunghi mesi Amara Caroni. Il risultato è un liquore originale e versatile, dove i legni e gli invecchiamenti creano una concentrazione e una sinergia con i preziosi aromi rilasciati degli agrumi e le note aromatiche delle erbe etnee. Una suggestione di spezie orientali che accarezzano il palato in un caldo abbraccio emotivo, richiamando alla mente le distese luminose delle spiagge caraibiche.

FT