Nella notizia di Raffaele Foglia in apertura di newsletter è spiegato bene il filo conduttore di questa uscita, legato al Natale di un anno maledetto, un celebrare quei vini che ci fanno stare bene, che ci fanno ricordare le persone care che magari non sono più qui accanto a noi, bensì in cielo. Vini abbinati a piatti ben precisi per chiudere il cerchio delle emozioni.

Proprio partendo da questa serie di amarcord, mi sono accorto di non averne uno tutto mio. Non eravamo una famiglia di credenti e così non si è mai seguita la liturgia delle varie tavole, leggeri la sera della vigilia per poi andare a messa, il pranzo del 25 ben più ricco e così via.

Non ho nemmeno ricordi di chissà quali esplosioni di felicità gastronomica. Si mangiava, comunque, meglio di quanto non si bevesse, bottiglie scelte da mio padre un po’ a caso. Rolly aveva un grande pregio, che in determinati frangenti diventava pure un difetto: se uno gli era simpatico, qualsiasi cosa facesse, producesse, consigliasse andava bene. Purtroppo valeva sempre, prescindeva dalla qualità. Così cibo e vino raramente erano abbinati con una logica reale.

Più in generale, sia lui che mia madre Graziella consideravano la tavola un luogo di convivialità, a volte pure un palcoscenico. Più parole che bocconi. Io invece sono per mangiare bene, sempre. Invece loro più si avvicinavano al Natale e più mettevano le mani avanti: «A Natale si sta leggeri, mangiamo già troppo tutto l’anno». Frase che gli altri mesi diventava «Mi raccomando, mangia poco».

Mamma aveva un debole il 25: Torta di mascarpone, zola e noci, quindi pandoro con mostarda di Vicenza e mascarpone. Aveva la mia totale approvazione. Però arrivavo a quelle bontà dopo avere fatto buon viso a cattivo gioco. Sono uno che se si mette in testa un determinato modo di desinare (ma in fondo vale per tutto, anche caricare la lavastoviglie) quello deve essere.

Non scherzo mai sul cibo. L’ho sempre preso maledettamente sul serio ascoltando anche i racconti della nonna paterna, Emma, trentina, classe 1896, una che ha attraversato due guerre mondiali e ha conosciuto la vera fame. Con lei stavo bene perché diceva che gli ricordavo suo fratello, lo zio Dario, e suo marito, il nonno Ciro, due che “davano soddisfazione quando c’era da mangiare”. Non si tiravano mai indietro.

Paolo Marchi

Testi a cura di Raffaele Foglia

identitadivino@identitagolose.it

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Newsletter 144 del 15 dicembre 2020

Wine Tip 

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Nella notizia di Raffaele Foglia in apertura di newsletter è spiegato bene il filo conduttore di questa uscita, legato al Natale di un anno maledetto, un celebrare quei vini che ci fanno stare bene, che ci fanno ricordare le persone care che magari non sono più qui accanto a noi, bensì in cielo. Vini abbinati a piatti ben precisi per chiudere il cerchio delle emozioni.

Proprio partendo da questa serie di amarcord, mi sono accorto di non averne uno tutto mio. Non eravamo una famiglia di credenti e così non si è mai seguita la liturgia delle varie tavole, leggeri la sera della vigilia per poi andare a messa, il pranzo del 25 ben più ricco e così via.

Non ho nemmeno ricordi di chissà quali esplosioni di felicità gastronomica. Si mangiava, comunque, meglio di quanto non si bevesse, bottiglie scelte da mio padre un po’ a caso. Rolly aveva un grande pregio, che in determinati frangenti diventava pure un difetto: se uno gli era simpatico, qualsiasi cosa facesse, producesse, consigliasse andava bene. Purtroppo valeva sempre, prescindeva dalla qualità. Così cibo e vino raramente erano abbinati con una logica reale.

Più in generale, sia lui che mia madre Graziella consideravano la tavola un luogo di convivialità, a volte pure un palcoscenico. Più parole che bocconi. Io invece sono per mangiare bene, sempre. Invece loro più si avvicinavano al Natale e più mettevano le mani avanti: «A Natale si sta leggeri, mangiamo già troppo tutto l’anno». Frase che gli altri mesi diventava «Mi raccomando, mangia poco».

Mamma aveva un debole il 25: Torta di mascarpone, zola e noci, quindi pandoro con mostarda di Vicenza e mascarpone. Aveva la mia totale approvazione. Però arrivavo a quelle bontà dopo avere fatto buon viso a cattivo gioco. Sono uno che se si mette in testa un determinato modo di desinare (ma in fondo vale per tutto, anche caricare la lavastoviglie) quello deve essere.

Non scherzo mai sul cibo. L’ho sempre preso maledettamente sul serio ascoltando anche i racconti della nonna paterna, Emma, trentina, classe 1896, una che ha attraversato due guerre mondiali e ha conosciuto la vera fame. Con lei stavo bene perché diceva che gli ricordavo suo fratello, lo zio Dario, e suo marito, il nonno Ciro, due che “davano soddisfazione quando c’era da mangiare”. Non si tiravano mai indietro.

Paolo Marchi

Testi a cura di Raffaele Foglia

identitadivino@identitagolose.it

Vini e piatti che scaldino i cuori

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Vi facciamo i nostri auguri: in alto, Cinzia Benzi, Fosca Tortorelli, Marilena Lualdi e Amelia De Francesco. Sotto, Adele Granieri, Maurizio Trezzi e Raffaele Foglia

Di certo questo sarà un Natale differente. Ma a Natale abbiamo bisogno di serenità, di sentirci coccolati, di lasciare alle spalle i problemi e le preoccupazioni, almeno per un giorno. E così anche il menù della festa ricade su piatti che non sono per forza i migliori in assoluto, ma sono quelli del cuore, quelli che riportano bei ricordi, che magari fanno apparire un sorriso pensando ai propri cari che non ci sono più.

Da qui anche la scelta dei vini: non devono essere per forza i migliori in assoluto sul mercato, ma semplicemente quelli che danno emozioni, ricchi di ricordi e di affetti, che portano alla mente parenti e amici con i quali, visto che non possono essere quest’anno a tavola con noi, almeno con il pensiero vorremmo condividere questi momenti. Ci accontenteremo di una telefonata, magari, ma che in tavola ci siano vini e piatti che scaldino i nostri cuori. Auguri da parte mia e da Cinzia Benzi, Amelia De Francesco, Adele Granieri, Marilena Lualdi, Fosca Tortorelli e Maurizio Trezzi.

Raffaele Foglia

Salmone affumicato e Nascetta di Ettore Germano

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Il salmone affumicato rimane uno degli antipasti classici del Natale. Che sia liscio, su una crostino di pane abbrustolito e appena imburrato, o che sia utilizzato come ingrediente per una torta salata, è una di quelle pietanze che non possono mancare. Quale scegliere? Canadese, scozzese, irlandese e norvegese hanno sicuramente caratteristiche differenti: l’importante è che l’affumicatura non sia “artefatta” e pesante, capace di coprire il sapore del salmone stesso e magari a nascondere qualche difetto.

Per l’abbinamento la scelta cade sulla Nascetta, Langhe doc, annata 2018 dell’azienda Ettore Germano di Serralunga d’Alba. La Nascetta, vitigno autoctono tipico della zona di Novella, in questo caso viene coltivata in Alta Langa, nel Comune di Cigliè, a un’altitudine tra i 500 e i 600 metri. «È un’uva che non ha una grandissima espressività aromatica – spiega Sergio Germano – e così, per poter ottimizzare, io ho deciso di farla fermentare con le bucce, e trattarla come se fosse un vino rosso. Questa leggera tannicità ci porta poi a farla affinare in anfore di terracotta, per farla evolvere al meglio». Nel caso della Nascetta 2018, è rimasta in anfora da novembre fino a maggio: il vino sprigiona in bocca quella bella sapidità e mineralità che ben si sposano con la grassezza del salmone.

Insalata di mare e Alice di La Colombera

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Nella tradizione campana non è Vigilia di Natale se in tavola non si porta in tavola una fresca ed elegante insalata di mare. Servita come antipasto o talvolta come secondo, viene arricchita con ortaggi e agrumi in base alle preferenze, ma gli ingredienti fondamentali che la caratterizzano sono molluschi, crostacei e frutti di mare, conditi con un’emulsione a base di olio extravergine, succo di limone, prezzemolo tritato e una macinata di pepe fresco. Dal polpo al calamaro, dalle seppie ai gamberi e finanche cozze e vongole, materie prime fresche e la cura nella cottura di ciascun ingrediente sono gli elementi indispensabili per la riuscita di questo goloso piatto.

Con questo delicato piatto di mare quale vino abbiniamo? Una scelta di contrasto, ma solo territoriale, che regalerà un concreto momento esperienziale. Alice è senza dubbio una scelta ottimale, l’ultimo nato in casa de La Colombera, un blend di 60% Moscato Giallo e 40% Malvasia Moscata, vinificato in acciaio. Siamo in Piemonte, a Vho nella denominazione dei Colli Tortonesi; sulla costa della collina spicca la Cascina La Colombera, proprietà dell’azienda agricola di Elisa, Lorenzo e Piercarlo Semino. Nella sua cantina la giovane e dinamica Elisa guarda avanti cercando di dare il giusto spazio a tutti i varietali locali rispettandone a pieno l'identità. Nato un poco come una sfida, Alice, questo bianco dai tratti gentili, coinvolge per la sua schiettezza e pulizia; l’innata e indiscussa aromaticità è garbata e perfettamente bilanciata dal finale fresco e sapido, e rende il matrimonio con questo piatto di mare semplicemente perfetto.

Fosca Tortorelli

Vitello tonnato e Stoan di Tramin

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A Natale non ci facciamo abbinare il vitello tonnato e per questo abbiamo scelto un vino dell’Alto Adige.

Fra le grandi cantina italiane, ormai da diversi anni, Tramin ha trovato certamente un posto di spicco. Le 180 famiglie, espressione di questa cantina sociale modello assai diffuso in Alto Adige, coltivano 260 ettari di vitigni sparsi tutt’attorno al territorio di Termeno, comune noto nel mondo quale patria del Gewürtztraminer. Un solido management e un’organizzazione di professionisti, guidano i soci nella produzione di uve che godono di esposizioni, altitudini e microclimi perfetti per esaltare le doti dei grandi vitigni bianchi. Eccellenza fra le eccellenze è Stoan una fra le etichette più note ed apprezzate di Tramin. Questo blend, un assemblaggio di uve Chardonnay, Sauvignon, Pinot Bianco e Gewürztraminer prodotte fra 400 e 600 metri di altezza, è una creazione di Willi Sturz, da decenni direttore tecnico delle cantina. È paradossalmente, pur non essendo prodotto da monovitigno, interprete perfetto delle caratteristiche del territorio. Stoan è elegante, potente, strutturato e avvolgente. Uno di quei bianchi che si possono tranquillamente definire “importanti”, capaci di reggere egregiamente abbinamenti fuori dai canoni, sostenuto come è da una personalità spiccata e da profumi che richiamano memorie e luoghi lontani dalla montagna altoatesina.

Ed ecco l’abbinamento, con Evoluzione di Vitello Tonnato: magatello cotto a bassa temperatura con salsa tonnata senza maionese e granatina di sedano e capperi.

Maurizio Trezzi

Crostini neri e Rosso di Montalcino di Ridolfi

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Il crostino nero – ossia il crostino di pane con i fegatini di pollo – è un classico della cucina toscana. Ma per tradizione è anche un piatto delle feste, con la sua capacità di aprire il pasto con carattere senza per questo rubare la scena alle portate principali in menu. Lo si prepara tritando grossolanamente al coltello i fegatini e soffriggendoli con sedano carota e cipolla, sfumando con vino bianco o rosso (gli audaci lo fanno con il Vinsanto), aggiungendo la sapidità di acciughe e capperi - quanto bastano - e allungando con brodo di pollo sino a cottura ultimata. Il pane, abbrustolito, viene poi immerso velocemente nel brodo (per gli audacissimi nel Vinsanto) e diventa la base per la preparazione. L’abbinamento con il vino non è banale ma può anzi essere eclettico, da un bianco strutturato e aromatico a un vino dolce, per chi non teme di sparigliare la sequenza delle bevute.

Noi abbiamo scelto un vino toscano, il Rosso di Montalcino 2018 di Ridolfi, una declinazione squisitamente filologica - e contemporanea al tempo stesso - del Sangiovese ilcinese. Il Rosso 2018 è vino ancora giovane, che inizia a farsi apprezzare nel bicchiere per un tannino succoso, con una leggera speziatura, che lo elegante, e con note di ciliegia matura. Una bottiglia che consente di confermare l’adagio che vini e pietanze di un territorio vadano a braccetto, anche se lo si potrebbe spingere fino alla costa e abbinarlo con un cacciucco o pensarlo con una cucina internazionale dalle tinte esotiche.

Amelia De Francesco

Agnolotti del Plin e 3 versioni di Nebbiolo

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Barolo Cannubi Marchesi di Barolo, Nebbiolo Sommet Les Cretes, e Barbaresco Riserva Rabajà Produttori di Barbaresco

Per questo Natale voglio tornare ad assaporare i sapori della mia infanzia piemontese, scaldarmi il cuore con le ricette codificate dalla mia mamma, e provare a replicare un piatto iconico: gli agnolotti.  Come non citare il capolavoro leggendario degli Alciati, in Langa. La ricetta di questa pasta ripiena è nata nel dopoguerra come piatto di recupero della domenica. Agnolotti quadrati oppure i “Plin”, che in piemontese significa pizzicotto.  I miei genitori preparavano per la tavola delle feste vassoi monumentali di Agnolotti del Plin.

L’abbinamento che propongo è con il Nebbiolo declinato in tre etichette: due piemontesi e una valdostana. Barolo Cannubi Marchesi di Barolo: rosa, vaniglia, spezie, un vino ideale per i Plin al sugo d’ arrosto. Nebbiolo Sommet Les Cretes, esplosione al naso di mora e ciliegia con note di viole. All’assaggio si evidenziano speziature, con lievi cenni balsamici, piacevole matrimonio per i Plin burro e salvia. Imperdibile il Barbaresco Riserva Rabajà dei Produttori di Barbaresco dal frutto croccante e note d’incenso che esaltano la versione più nuda del Plin, ossia quella al “tovagliolo”: zero condimento, pura  celebrazione di una grande materia prima.

Cinzia Benzi

Pasta al forno e Petraro 2016 di Ceraudo

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Quando si parla di pasta al forno si parla di festa. Il comfort food per eccellenza, quello che piace a tutti e che quando viene messo in tavola viene spesso accompagnato dagli “oooh” di stupore e di contentezza. La pasta al forno ci fa tornare un po’ bambini e a Natale è giusto così: non vogliamo dare una ricetta in particolare, l’importante è che la pasta sia ricca e golosa: metteteci quello che volete, ma fatela con il cuore che non sbagliate di certo.

La pasta al forno fa venire in mente la famiglia. E la famiglia è sicuramente il cuore dei vini dell’azienda Ceraudo a Strongoli, in Calabria. O meglio, della famiglia Ceraudo. Roberto Ceraudo, il papà, ha abbandonato da oltre 25 anni la chimica per dedicarsi a un’agricoltura bio, ma soprattutto salutare. In cantina (ma anche con lo storico uliveto) lo aiuta il figlio Giuseppe. L’altra figlia Susy è il volto sorridente (marchio di fabbrica della famiglia) che dirige l’azienda nei suoi vari aspetti, mentre Caterina è l’anima e il cuore della cucina del Dattilo, il ristorante stellato e che si è guadagnato anche la Stella Michelin verde per la sostenibilità. L’orgoglio di papà Roberto è probabilmente concentrato sul Petraro 2016, Gaglioppo 50%, Greco Nero 30%, Cabernet Sauvignon 20%, che racchiude tutta l’anima calabrese: complesso, elegante e ricco. Da grandi occasioni o semplicemente per un po’ di convivialità: proprio come la nostra pasta al forno.

Baccalà fritto e Greco di Tufo di Cantine dell’Angelo

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Il piccolo borgo di Tufo è stato uno dei più importanti centri minerari del sud. Lo stesso zolfo che per anni ha retto l’economia della zona emerge chiaramente nel profilo aromatico e gustativo di alcune delle interpretazioni più autentiche di Greco di Tufo. Una di queste è sicuramente il Miniere di Cantine dell’Angelo, che trae origine da vigne che si trovano proprio a ridosso delle antiche miniere di zolfo, in località Campanaro. Qui Angelo Muto, assieme alla moglie Franca Troisi e con la consulenza enologica di Luigi Sarno, realizza quello che può essere definito senza alcun dubbio uno dei vini più rappresentativi della denominazione, frutto di un lavoro in vigna e cantina realizzato intervenendo il meno possibile: agricoltura attenta alla salubrità del suolo, fermentazioni spontanee in acciaio e nessuna chiarifica o filtrazione, uno stile essenziale che esalta le caratteristiche del vitigno e del territorio.

È proprio la mineralità sulfurea, insieme all’acidità quasi citrina, il tratto più caratterizzante di questo vino, in cui i richiami floreali e agrumati emergono in sottofondo e arricchiscono un sorso pieno ed energico, connotato da un deciso allungo salino. Un Greco di Tufo che fa da complemento perfetto al baccalà fritto, uno dei classici secondi piatti della vigilia di Natale napoletana.

Adele Granieri

Tacchino arrosto e Brunello 2015 La Palazzetta

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Se c’è un piatto simbolo del Natale è sicuramente il tacchino arrosto. Posato al centro della tavola, diventa il “clou” del pranzo in famiglia, simbolo di condivisione. Non importa che sia ripieno o normale, basta che sia buono e accompagnato da un buon bicchiere di vino.

Per il piatto “cult” del Natale, era necessario scegliere anche una bottiglia importante, di quelle che si aprono nei giorni di festa. Così la scelta è caduta sul Brunello di Montalcino, in particolare quello dell’azienda La Palazzetta della famiglia Fanti, una cantina che si trova nella frazione di Castelnuovo dell’Abate e che ha alcuni dei suoi vigneti attorno alla bellissima abbazia di Sant’Antimo. Da sempre Flavio Fanti, con al suo fianco la moglie Carla, ha cercato di fare un vino schietto, senza compromessi: un Brunello d’altri tempi, che ha bisogno di tempo per dare il meglio di sé, ma che da subito può dare ottime soddisfazioni. Una filosofia che anche i figli Luca e Tea hanno mantenuto nei vini della Palazzetta: il Brunello di Montalcino 2015 è risultato uno dei migliori assaggi delle ultime Anteprime di Toscana, nello scorso febbraio, e ora con qualche mese di riposo è sicuramente più completo. Eleganza e struttura accompagnano benissimo il nostro tacchino, al quale aggiungiamo anche due patate al forno che male non ci stanno affatto.

Caponata e Salina Igt 2019 di Cantine Colosi

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Si è soliti sognare un bianco Natale quasi per contratto, ma quest’anno abbiamo tutto il diritto di gustarne anche uno blu. Anzi verde e blu: una voglia di mare per molti rimasta insoddisfatta o comunque compressa che cerchiamo di domare con un vino capace di placarla. E accompagnato da una pietanza che ricordi anche la sua alleata, la terra.

Così voliamo in Sicilia, alle Cantine Colosi e ci versiamo un Salina Bianco Igp 2019 che ci attira perché sa trasmettere questo legame profondo tra mare e terra.  Siamo in un piccolo paradiso delle Eolie, dove la famiglia Colosi si prende cura dei suoi vigneti da più di quarant’anni. Il suolo è vulcanico e offre una ricchezza di magnesio potassio che si intreccia ad altri fattori, tra cui poca acqua e un sole robusto, senza scordare la macchia mediterranea che avvolge il tutto. Il Salina (Inzolia 50%, Catarratto 50%) sprigiona questa combinazione, fin dalle note di frutta matura, che dall’olfatto afferrano il palato.

Per degustarlo al meglio, scegliamo non le creature del mare, ma i frutti della terra. Una Caponata siciliana che può non solo aprire il pranzo natalizio, bensì esaltarne il cuore con e come la seconda portata. Anch’essa una combinazione, un’armonia di stili diversi, dalla frittura all’agrodolce: con il sedano che apre le danze e chiama olive, capperi, uva sultanina, senza trascurare naturalmente le “sovrane” mandorle.

Marilena Lualdi

Cotechino, lenticchie e Nizza Titon di Armangia

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Buono tutto l'anno, ma protagonista indiscusso delle tavole imbandite di fine anno, quasi sempre adornato dalle classiche e intramontabili lenticchie, il cotechino nasce come prodotto tradizionale modenese. Si tratta di un insaccato composto da un impasto di carne magra, di grasso e di cotenna di suino a cui, prima di essere insaccato in un budello naturale, vengono aggiunte eventuali spezie, sale e pepe. Sapido e succulento, dal profumo delicato, con un sapore che tende al dolce o speziato a seconda del tipo.

Pensando ad un abbinamento meno scontato, un binomio vincente lo ritroviamo con il Titon 2017, il Nizza Docg dell'Armangia. Siamo in Piemonte, a Canelli, località situata tra Langhe e Monferrato, l’Azienda l'Armangia è una realtà familiare di lungo corso, dove Ignazio Giovine gestisce questa preziosa realtà con la moglie Giuliana e i loro figli. Ignazio, essendo enologo si occupa direttamente della cantina e dei vigneti senza ricorrere a tecnici esterni, dando in tal modo ai suoi vini il carattere esatto con il quale li aveva immaginati. Il suo Titon è una Barbera autentica, caratterizzata dalla sua tesa acidità e dai profumi fruttati ed eleganti. Ritroviamo all’olfatto le succose note che spaziano dalla prugna al ribes nero, dalla susina all’amarena, seguite dalle gentili tinte floreali di viola e dalle coinvolgenti e leggiadre sfumature speziate. Il sorso intenso e deciso, fresco e godibile, capace di coinvolgere il palato, risulta di grande bevibilità e capace di arricchire e assecondare i profumi e la golosità di questo succulento piatto.

FT

Struffoli e Passito di Pantelleria 2019 di Pellegrino

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Tanti sono i dolci della tradizione campana che fanno bella mostra sulle tavole natalizie, ma peculiari sono le piccole e dolci palline di pasta fritta condite con miele, confettini colorati (che a Napoli si chiamano "diavulilli") e naturalmente arancia, cedro candito, e non ultima la famosa "cucuzzata" (zucca candita), conosciuti come Struffoli. Nella preparazione degli struffoli nulla è lasciato al caso, il segreto sta nel fare le palline piccole e dorate per poi avvolgerle col miele dolce e profumato e infine dar loro il giusto tocco di colore. Una tira l’altra, in un gioco divertente che stimola le papille gustative senza mai stancarle. Aromaticità e dolcezza che fanno tornare bambini e che arricchiscono la magia delle feste natalizie.

Un dolce che richiede il giusto abbinamento, capace di assecondare il profumo e l’avvolgenza del miele e le suadenti tinte agrumate senza sovrastarle o appesantirle. Arriva in soccorso il Passito di Pantelleria Giardino Pantesco 2019 di Cantine Pellegrino, prezioso nettare ottenuto da vigneti di zibibbo coltivati ad alberello. Fico, miele, albicocca, una ricchezza di profumi suadenti e coinvolgenti, il palato fresco e di una dolcezza piacevole e per nulla stancante, che ricalcano le note olfattive con quella carica di arancio e cedro candito che inebria i sensi. Un finale goloso capace di dare gioia e calore alle festività del Natale.

FT

Panettone al Torcolato e Torcolato Maculan

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Noci, frutta secca, dolcetti vari… Ma alla fine una fetta di panettone non può mancare. Non vogliamo entrare nel solito, inutile, dibattito tra chi preferisce il panettone e chi il pandoro. E nemmeno sulle varianti: tradizionale, con gocce di cioccolato, senza canditi, con la crema al mascarpone, glassato, basso o alto. Ognuno, ovviamente, è libero di scegliere.

Ma visto che parliamo di vino, allora proponiamo il panettone al Torcolato realizzato dalla pasticceria Filippi di Zanè in provincia di Vicenza per la Maculan di Breganze. Si tratta di un panettone dove le uvette vengono lasciate macerare nel Torcolato e lo stesso vino dolce viene utilizzato in parte per realizzare la glassa. L’abbinamento questa volta è scontato: Torcolato Maculan 2017. Se poi si volesse esagerare, si può anche fare una crema al mascarpone di abbinamento, sempre aggiungendo un goccio di questo vino per aromatizzare. Successo garantito.

Champagne Cocktail rivisitato da Antonio Rosato

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Antonio Rosato, head bartender del Mandarin Oriental di Milano

Che feste sarebbero senza le bollicine? Impossibile pensare al Natale o all’ultimo dell’anno senza l’accompagnamento di un sottile perlage che sale in una flûte per dare eleganza e un tocco di charme ai giorni di festa.

La storia della mixologia offre diversi drink a base di bollicine, alcuni dei quali fanno parte dell’elenco ufficiale dell’IBAInternational Bartenders Association – come lo Champagne Cocktail.

La genesi del drink resta incerta ma si perde certamente nel XIX Secolo. La prima ricetta scritta di questo cocktail si ritrova nella bibbia del bere miscelato il capolavoro: “How to Mix Drinks or The Bon-Vivant’s Companion” scritto nel 1862 del Re dei barman: il mitico Jerry Thomas.

Per il Natale 2020 l’idea è di italianizzare la ricetta utilizzando bollicine di Franciacorta Brut e del brandy nostrano in luogo del cognac. Antonio Rosato, head bartender del Mandarin Oriental di Milano, ci propone un drink facile da preparare a casa accompagna gustosi finger food, è elegante come afterdinnner e ottimo nel food pairing per rompere gli schemi durante pranzi e cene. Ecco la ricetta.

  • 9.0 cl di Franciacorta Brut
  • 1.0 cl di Brandy di Jacopo Poli
  • 2 gocce di Angostura Bitter
  • 1 zolletta di zucchero

Aggiungere 2 dash di Angostura Bitter su una zolletta di zucchero e rilasciarlo in una flûte. Versare il Brandy seguito delicatamente dal Franciacorta fresco. Si completa con un twist d’arancia e una ciliegina al maraschino.

MT

E per digerire la Genziana delle Pecore di Scuppoz

Alla fine di un pasto del genere, è assolutamente necessario un digestivo. Per questo facciamo un piccolo viaggio virtuale in Abruzzo, a scoprire l’azienda Scuppoz. Una realtà con le radici (e non è una immagine astratta) ben piantate nel territorio. E quando parliamo di radici, in questo caso, intendiamo quelle di genziana. «Si racconta – narra Anna Iannetti, anima dell’azienda insieme al marito Adriano Cicconi - che i pastori avevano notato le pecore che, dopo mangiato, andavano a leccare le radici di genziana. Avevano poi capito che serviva per digerire». Gli studi successivi hanno poi confermato che questa intuizione dei pastori era in realtà una scoperta, in quanto la genziana ha vari principi attivi che favoriscono la digestione.

E da qui nasce il liquore, che come “solvente” aveva il vino, e non la grappa come in altre zone d’Italia. Vino locale, ovviamente: Trebbiano d’Abruzzo. Oltre a un liquore più “gentile”, l’azienda produce la Genziana delle Pecore, dai toni decisamente più amari, ma che di certo ci aiuterà a concludere in bellezza il nostro menù delle feste.

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