Dopo il panettone di Andrea Besuschio e la cassata di Corrado Assenza, a Striscia la notizia ho presentato, per la rubrica Capolavori italiani in cucina, il Tiramisù di Gino Fabbri, presidente dell’Accademia Maestri Pasticceri Italiani, un personaggio che ama ricordare come lui distingua «sempre fra pasticceria d'affetto e pasticceria d'effetto: mi appartengono entrambe, ma il mio cuore va alla prima». E di certo nei dolci di affetto e di cuore il tiramisù svetta.

Ha detto il bolognese: «Il mio ha una crema ricca, trenta tuorli per un litro di latte, il nostro savoiardo, il mascarpone, un buon caffè. Non ce n’è per nessuno, il mondo ce lo invidia. Anche perché la tradizione la rinnovo, non la tradisco. Cosa penso dei prodotti industriali? Dipende da come uno voglia interpretare la qualità. La mia mi porta addirittura a pensare a un mascarpone fatto da me ma è una utopia pensare che uno possa prepararselo a casa se non è un professionista. L’importante è cercare una buona qualità senza accontentarsi».

Verità assoluta, mai accontentarsi, mai credere che “tanto piace lo stesso”. Alla lunga la mediocrità ci trascina verso il basso: «Il Tiramisù è Italiano e cerchiamo di difenderlo come tale anche nelle materie prime utilizzate». Parola di Gino Fabbri.

Paolo Marchi

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Petra  Valrhona 
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Newsletter 16 del 05 marzo 2020

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Dopo il panettone di Andrea Besuschio e la cassata di Corrado Assenza, a Striscia la notizia ho presentato, per la rubrica Capolavori italiani in cucina, il Tiramisù di Gino Fabbri, presidente dell’Accademia Maestri Pasticceri Italiani, un personaggio che ama ricordare come lui distingua «sempre fra pasticceria d'affetto e pasticceria d'effetto: mi appartengono entrambe, ma il mio cuore va alla prima». E di certo nei dolci di affetto e di cuore il tiramisù svetta.

Ha detto il bolognese: «Il mio ha una crema ricca, trenta tuorli per un litro di latte, il nostro savoiardo, il mascarpone, un buon caffè. Non ce n’è per nessuno, il mondo ce lo invidia. Anche perché la tradizione la rinnovo, non la tradisco. Cosa penso dei prodotti industriali? Dipende da come uno voglia interpretare la qualità. La mia mi porta addirittura a pensare a un mascarpone fatto da me ma è una utopia pensare che uno possa prepararselo a casa se non è un professionista. L’importante è cercare una buona qualità senza accontentarsi».

Verità assoluta, mai accontentarsi, mai credere che “tanto piace lo stesso”. Alla lunga la mediocrità ci trascina verso il basso: «Il Tiramisù è Italiano e cerchiamo di difenderlo come tale anche nelle materie prime utilizzate». Parola di Gino Fabbri.

Paolo Marchi

LA PASTICCERIA È TRASGRESSIONE?

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Fagottino con Petra 5 realizzato da Mariano Massara - spazio Petra a Identità Golose 2019. Foto di Thorsten Stobbe

Non posso togliermi dalla mente il primo assaggio della pasticceria di Corrado Assenza. Capii in un attimo che la sua era cosa diversa dalla quella come la si intende comunemente. Perché pasticceria è dai più intesa come sinonimo di dolce, ma non è così. Mi ha convinto, Corrado (Assenza), con il suo intendere l’arte pasticciera un tutt’uno con la cultura della cucina, perché, a ben pensarci, un buon piatto di spaghetti come un buon biscotto sono entrambi risultato della capacità di estrarre gusti puri dagli ingredienti della natura. L’aggiunta smodata di zucchero, come di sale, smaschera chi sceglie la via facile del dolciastro o del salato per mascherare una certa ignoranza gastronomica.

Ma oggi è più ammissibile un atteggiamento simile nei confronti della pasticceria? Siamo sicuri che un dolce per essere tale debba stordire i sensi piuttosto che coinvolgerli? È luogo comune che la pasticceria sia trasgressione alimentare, facendo così passare in secondo piano il suo valore nutrizionale e dimenticando che quotidianamente tutti noi consumiamo dolci almeno a colazione e di frequente anche a pranzo e cena. Leggere l’evoluzione dei gusti in chiave nutrizionale è il futuro dei pasticcieri che si sentono anche in parte responsabili delle scelte alimentari dei loro clienti più consapevoli.

Piero Gabrieli

Senso di responsabilità: il tema del congresso è la ragione del suo rinvio

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Ci siamo presi qualche ora in più, a fronte delle innumerevoli domande circa lo slittamento di Identità Golose 2020, per potervi confermare l'effettiva necessità di rinvio già fornendovi però le nuove date dell'evento, fissate a tempo record d'intesa con Fiera Milano Congressi, che gestisce il MiCo, nostra casa ormai da molti anni.

Ora possiamo ufficializzare non una, bensì due cose. 1) Identità Golose 2020 non viene cancellato, ma slitterà di alcuni mesi, a causa dei noti problemi. 2) Le nuove date, ormai confermate, sono venerdì 3-domenica 5 luglio. Qualche difficoltà organizzativa per noi, a fronte del cambiamento in corsa; ma un'opportunità che s'aggiunge - imprevista - per avere un congresso diverso, stimolante. "Fuori stagione" ma non fuori dal filone che ci siamo dati.

Alla base della decisione che abbiamo preso, il senso di responsabilità: non a caso tema di questa edizione del congresso...

I Baci di Cracco corrono anche online

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Carlo Cracco entra nelle case degli italiani. Uscendo (virtualmente) dalla Galleria Vittorio Emanuele II per far (realmente) ingresso in una new gallery: un’elegante boutique che corre via Internet. «La bottega online è il nostro modo per arrivare a tutti. Anche a chi non è a Milano. È l’estensione del nostro Café e soprattutto della nostra pasticceria. Certo, per noi è il primo passo in un mondo veloce e in movimento. Ma ci stiamo mettendo tutte le energie per fare le cose bene», spiega lo chef, in occasione della presentazione ufficiale dello shop.carlocracco.it, nello scenario teatrale di quella sala Giuseppe Mengoni posizionata un piano sopra il ristorante e intitolata all’artefice dell’ottocentesco Salotto di Milano.

Un salotto che finisce in rete. Per essere alla portata di chiunque abbia voglia di qualcosa di buono e di bello. «Si tratta di prodotti freschi, preparati da noi, qui nel laboratorio di pasticceria. Oppure di prodotti accuratamente selezionati, in sinergia con fornitori di fiducia. Prodotti che comunque possono viaggiare. Andando dal vicino al lontano», prosegue Carlo. Che non dimentica di far sfilare i Baci di Cracco, gli iconici biscotti messi a punto dal pastry chef Marco Pedron. Baci che somigliano ai macaron, ma che macaron non sono. Baci che ricordano i baci di dama, ma che divengono più fancy e funny. Due frolle colorate - messe a punto con Petra 5, farina di mandorle (più delicata di quella di nocciole) e frutti in polvere - tenute insieme da farciture ebbre di Inspiration di Valrhona: allo yuzu, al lampone, al passion fruit, alla fragola e alla mandorla. A cui si aggiunge quella al Gianduja Noisette Lait. Per una collection raffinatamente rock. E a portata di clic.

Ma altre sono le golosità griffate Cracco. Vedi la Torta Caprese, in versione tradizionale e al limone; la Sbrisolona, realizzata con Petra 5, farina di mais, noci pecan e pistacchi; nonché i biscotti. Fragranti, friabili e dalla foggia rettangolare. Proposti in un coffret da trenta pezzi e ideali in pairing col tè (sempre in vendita online). Senza dimenticare i grandi lievitati, diventati veri cult...

Cristina Viggè

Norman Love, il pasticcere slow che è diventato un mago delle praline

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Le praline di Norman Love

Nel 2001 Norman Love, pasticciere, marito e padre di famiglia, decise di tirare il freno a mano della vita e fare downshifting. Decise, cioè, di rallentare senza preoccuparsi di guadagnare meno. Dopo 13 anni e 30 nuove aperture di pasticcerie in altrettanti hotel in giro per il mondo, lasciò il suo lavoro di corporate executive pastry chef del Ritz-Carlton per aprire una pasticceria specializzata nel cioccolato a Fort Myers in Florida, la città dove ancora vive con la moglie, i figli e una nipotina. «Ero stanco, nel solo 2001 avevo viaggiato per 44 settimane su 52, rimanendo fuori anche due mesi di fila. I miei figli quasi non mi riconoscevano più. Così decisi di lasciare tutto e creare un piccolo negozio di pralineria, oggi diventato la Norman Love Confections».

Abbiamo incontrato Love a Venezia, al JW Marriott Venice Resort & Spa dell’Isola delle Rose durante la seconda edizione del Gather by JW, festival gastronomico internazionale che ha riunito chef di tutto il mondo nel nome dell’enogastronomia italiana tra degustazioni, cooking show, wine tasting, cene e lezioni di cucina. Ed è proprio tra una lezione di pralineria e l’altra che Love ci ha raccontato di sé e del suo business che ormai è diventato globale.

«La mia intenzione era realizzare praline da vendere agli hotel e ai ristoranti. Ho convinto molti chef a entrare nel mio network e il business è cresciuto. Ma a fare da volàno all’attività è stato un articolo pubblicato da USA Today che, a un mese dall’apertura, ha inserito i miei cioccolatini nella top 10 di San Valentino. Da quel momento il telefono ha cominciato a squillare, lavoravo quasi da solo e spedivo i cioccolatini tramite FedEx. Oggi siamo in 125, su 2 laboratori e tra i nostri clienti c’è anche la Princess Cruise Line per la quale produciamo i dessert».

Per la sua attività Norman Love ha scelto di utilizzare ingredienti da filiera sostenibile. «Quindi cacao di diverse aziende che fanno parte del circuito Fair Trade e che impiegano parte dei proventi per aiutare a migliorare la vita dei coltivatori locali», dice il pasticcere, che sulla qualità non transige, si fa arrivare pistacchio di Bronte Dop e nocciole del Piemonte per le sue praline. «Solo con le materie prime migliori ottieni risultati d’eccellenza – rimarca - Potrei comprare pistacchio turco o californiano, ma poi non potrei ottenere risultati con il sapore che voglio».

MC

Pasticceria Luciano a Barge (Cn): cioccolato, amore allo stato puro

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I Bargesini della Pasticceria Luciano

«Se bastasse seguire la ricetta di un libro per fare un dolce saremmo tutti pasticcieri. Invece c’è un ingrediente che rende un dolce speciale: la passione e l’amore». È questa la filosofia di Marco Lusso che dall’11 settembre 2013 prepara i suoi dolci a Barge, in provincia di Cuneo, dove con la moglie Tiziana ha rilevato la storica Pasticceria Luciano (piazza S.Giovanni 9. Tel. +39 0175 346397, bargesini.com) facendola tornare ai fasti di un tempo. E non solo per aver rinverdito la tradizione del Bargesino, «una versione autoctona del Cuneese con due meringhe friabili realizzate con una tecnica particolare che racchiudono una crema di cioccolato al liquore», ma anche per tutta la sua pasticceria che lo stesso lusso descrive come «semplice, schietta, con pochi fronzoli e sapori netti».

Nato a Moncalieri nel 1981, da ragazzino Lusso voleva fare il panettiere e, per questo, frequentava la Scuola di Arte Bianca di Torino. Racconta Lusso: «Non so perché avessi questo desiderio che a 15 anni, dopo l’incontro con il siciliano Piero Leggio e il lavoro estivo nel suo laboratorio, è diventata passione per la pasticceria. Con Piero che è diventato un mio secondo papà. Da allora non mi sono mai tirato indietro e mai lo farò finché mi alzerò ogni giorno con la felicità di fare questo lavoro».

ATTENZIONE ALLA TRADIZIONE. La felicità per Marco Lusso è investire ogni giorno sulla tradizione, «una cosa fondamentale in un paese di 8.000 abitanti dove il nuovo non è sempre ben accetto», innovandola però con l’utilizzo della tecnologia che, spiega il pasticciere piemontese, «permette di ridurre zuccheri e grassi e soddisfare sia un equilibrio migliore degli ingredienti, sia i gusti anche dei più giovani che ormai viaggiano, sono molto più curiosi e vogliono trovare éclair, macaron, cheesecake».

IL CIOCCOLATO. In Piemonte non si può fare pasticceria senza cioccolato. «Il mio rapporto col cioccolato è d’amore allo stato puro e da quando collaboro con Valrhona non nego di non riuscire a fare a meno di assaggiare dai sacchetti aperti», confessa Lusso, che con il cibo degli dei non realizza praline ma prepara le creme per la pasticceria fresca e ne attinge a piene mani per la viennoiserie e la biscotteria. «Per me – ammette - i sapori devono esplodere in bocca e quello del cioccolato ancora di più. Tra i nostri prodotti c’è un biscotto sablé con cioccolato e sale dolce di Cervia, un cookie, impasti e creme per la viennoiserie, con il must del croissant con lievito madre e farina macinata a pietra farcito con una ganache al gianduja. Mi piace dare sempre nuove forme al cioccolato che utilizziamo per mousse, bisquit, cremosi per farcire i bigné con cioccolati di varie origini. Tra quelli che uso di più c’è il blend Extra bitter al 61% e il Guanaja. Però spesso mi faccio ispirare utilizzando alti cioccolati per creazioni estemporanee, dal Tulakalum al Bahibè».

MC

E il naufragar m’è dolce in questa colazione

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Una delle torte per la colazione al Villa Appiani

La paciarella c’è. A segnare il territorio. A rimarcare il territorio. A valorizzare il territorio della Brianza. Una torta di recupero, profondamente paesana, preparata con pane vecchio, latte, cioccolato, pinoli e uvetta. Un dolce della memoria e del presente. Almeno di quello di Villa Appiani, residenza targata Planetaria Hotels, in quel di Trezzo sull’Adda. Non lontano dal Castello Visconteo e dal fiume. Una dimora di fascino, facente parte di un gruppo alberghiero presente in Italia con undici strutture e pronto a lanciare una new experience: lo Slow Breakfast. Partendo proprio da Trezzo.

Parola d’ordine? Rallentare. Per conoscere meglio sé stessi. Ma anche per riflettere, imparare e osservare con occhi incantati. «Per capire e scoprire che la bellezza sta nelle cose semplici. Che la bellezza è lì, appena fuori dalla finestra. Vicino a noi», spiega l’architetto Sofia Gioia Vedani, amministratore delegato di Planetaria Hotels, rammentando la siepe, la quiete e il dolce naufragar de L’infinito di Giacomo Leopardi. «Certo, il futuro sta nel turismo di prossimità. Sta in un giro in bicicletta lungo il Naviglio. Sono davvero orgogliosa di questo sodalizio con Slow Food. Che per me è una fede, un credo. Sono sempre stata una loro fan», continua Sofia.

«Lo Slow Breakfast non è solo un’esperienza. È un progetto in divenire. È un messaggio di attenzione ai produttori e ai consumatori. È un anello importante che si aggiunge alla nostra catena. Perché noi abbiamo sempre come obiettivo quello di accorciare la filiera. Con i Mercati della Terra, con l’Alleanza dei Cuochi e ora anche con gli albergatori. Grazie a questa nuova collaborazione. E grazie a una colazione ambasciatrice del buono, pulito e giusto», precisa Francesco Sottile, esponente del comitato esecutivo di Slow Food Italia. Una colazione sana e fortemente identitaria, da vivere con calma, in serenità, concedendosi tempo. Ma soprattutto una colazione che fa cultura, facendosi portavoce del genius loci, del rispetto per l’ambiente, del no waste e di un consumo responsabile. Nel nome della sostenibilità e della stagionalità.

Concetti contemporanei, fieri di andare sotto i riflettori de La Scuola del Molino (Quaglia) di Vighizzolo d’Este. Che, i prossimi 6 e 7 aprile, mette in calendario una due giorni a tu per tu col tema “A Colazione in Hotel”. Per dar forma a un breakfast coerente e sapiente, dolce e salato, variegato e salutare, dall’attitude internazionale ma da un saper fare fortemente artigianale. A guidare il corso? Giulia Miatto e Nicola Borra, responsabili per la ricerca & sviluppo panificazione e pasticceria di Petra, e pronti ad accompagnare i partecipanti fra brioche, biscotti, torte, panini e focacce homemade. Facendo focus su materia prima, filiera, tracciabilità, tecnica e organizzazione pratica. 

CV

Storia di Roccati, grande cioccolato a Bologna e Madonna di Campiglio

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Senigallia, Madonna di Campiglio, Bologna. Sono le tappe del viaggio della famiglia Roccati nel mondo, prima della pasticceria a tutto tondo, per poi spostarsi in quello della cioccolateria. Non è facile, però, per chi non frequenta Bologna o Madonna di Campiglio, dove ci sono le due botteghe-laboratorio Roccati, conoscere quest’eccellenza della cioccolateria. «Non siamo molto bravi in questo, siamo artigiani e abbiamo sempre lavorato con le mani e con la testa sulle cose importanti», dice sorridendo Ilde, classe 1949, che con il marito Mario, pasticciere e cioccolatiere classe 1947, e i figli Irene e Andrea, classe 1972 la prima e classe 1976 il secondo, gestisce l’attività di famiglia occupandosi personalmente delle confezioni, «perché le nostre scatole sono fatte a mano e tutte diverse l’una dall’altra».

UNA STORIA «REALE». «Alla fine dell’Ottocento il nonno di mio marito, geometra, e i suoi tre fratelli Pasquale, Teresa e Luigi, pasticcieri dipendenti di Casa Savoia, seguirono i reali da Torino a Roma. Approfittando delle ferie estive lavoravano come stagionali a Senigallia dove, nel 1909, decisero di aprire la Pasticceria torinese Roccati che fu ereditata dal nipote Angelo, il papà di mio marito», racconta Ilde. A portare nel 1968 Mario Roccati, studente di chimica a Bologna, dentro il laboratorio di Senigallia quando ancora era quello di una pasticceria classica, fu la scomparsa improvvisa di papà Angelo. «Figlio unico, cresciuto in pasticceria, Mario aveva imparato il mestiere aiutando il papà la domenica e durante le vacanze estive. Non ebbe esitazioni a lasciare gli studi per prendere le redini dell’attività», racconta Ilde catapultata anche lei tra creme e pâte à choux.

DA SENIGALLIA A MADONNA DI CAMPIGLIO. Un giorno, però, la routine senigalliese della famiglia Roccati, che aveva incrementato la lavorazione del cioccolato, cambiò. «Un nostro cliente che viveva tra Senigallia e Madonna di Campiglio ci lanciò l’idea di aprire un nostro laboratorio in montagna e, contemporaneamente, mio marito sviluppò un’allergia alla farina che secondo il medico si sarebbe attenuata in un altro clima. Così nel 1989 chiudemmo a Senigallia, dove ancora molte pasticcerie sono in mano a chi aveva lavorato da noi, e ci spostammo a Madonna di Campiglio», ricorda Ilde. Sette anni dopo la famiglia Roccati abbassò la saracinesca anche qui per tirarla su a Bologna esclusivamente come cioccolateria: «Nostra figlia Irene studiava nel capoluogo emiliano e diceva che mancava una cioccolateria. Su sua insistenza vi aprimmo un locale dove, all’inizio, vendevamo la cioccolata prodotta a Campiglio. Quando il lavoro è cresciuto abbiamo scommesso, chiuso a Campiglio (dove abbiamo riaperto nel 2016 un negozio-laboratorio), e diventati definitivamente dei cioccolatieri artigianali. Nel nostro negozio (via Clavature 17A, Bologna. Tel. +39 051 261964, roccaticioccolato.com) c’è un grande laboratorio a vista separato soltanto da una vetrata in modo che tutti possono vedere come lavoriamo».

IN LABORATORIO. Dietro la vetrata Mario, «in virtù del suo passato da pasticciere», è lo specialista del gianduja, del nocciolato e delle decorazioni. Andrea, invece, che ha seguito le orme del padre senza però abbandonare le sue tante passioni tra cui quella per il mondo dei motori, si dedica alla pralineria. Ilde e Irene, dietro al banco, impacchettano il cioccolato in scatole uniche. Chiarisce Ilde: «La nostra scelta è quella della qualità. Il nostro cioccolato al latte è poco dolce, lavoriamo con molta nocciola e siamo tradizionali. Così come facevamo in pasticceria, partiamo da materie prime accuratamente scelte, in primis il cioccolato Valrhona: masse, monorigini, cru e non di rado creiamo dei nostri blend con cui cerchiamo di soddisfare le tante richieste personalizzando la produzione. Proviamo molte nuove praline facendole assaggiare anche ai clienti. Non tutte passano l’esame».

MC

Un Sottobosco sul Lungarno

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Sottobosco, prima e seconda parte

Dolcezza. Balsamicità. Acidità. Umami. A rincorrersi nel bosco. Anzi, no. Nel Sottobosco: un ghiotto paesaggio tutto da assaporare, proposto da La Bottega del Buon Caffè di Firenze. Luminosa stella sul Lungarno, nonché ramo urbano di quel lussuoso Relais & Châteaux e azienda agricola che affonda le sue radici nelle senesi campagne di Chiusdino: Borgo Santo Pietro. Poliedrica creatura green voluta dai visionari imprenditori danesi Claus e Jeanette Thottrup.

«Tutto nasce nel Borgo. E dal Borgo proviene la quasi totalità degli ingredienti che usiamo qua», puntualizza Claus. Oppure? Somiglia al Borgo. Ricreandone l’habitat. Come questo dessert ideato dallo chef israeliano Erez Ohayon: classe 1982, natali in quel di Gerusalemme e un’infanzia trascorsa in un kibbutz sul Lago di Tiberiade. Insomma, uno abituato a raccoglier le uova, a mungere le capre e a dar da mangiare ai conigli. E per questo perfettamente sintonizzato sul link farm to plate voluto dai Thottrup. Che credono nel bio e che vantano una tenuta di ben 270 acri (oltre 109 ettari). Inclusi orti, frutteti, pecore, galline e vigneti. Alimentando così il loro fiorentino Borgo in the City.

Sottobosco, dunque. Scuro, terragno, ombroso, profondo. Messo a punto anche grazie al contributo delle giovani pastry chef Giulia Mancusi e Olivia Cappelletti. E servito in due atti. Come in genere tutti i dolci del ristorante. Per meglio valorizzarne le parti. Primo tempo: cioccolato aerato (a simular un ceppo, un tronco), crema di funghi, purea di limone, arancia candita, meringa e polvere di radici. Parte seconda: sasso-mousse al cioccolato fondente Guanaja di Valrhona e crema di funghi, crumble al pino e terra di carruba - con la complicità della farina Petra 1 di Molino Quaglia -, gel di corteccia e licheni croccanti della selva del Borgo e gelato al pino. Ideale col Vin Santo del Chianti La Chimera (da uve trebbiano e malvasia) del Castello di Monsanto, come suggerisce la head sommelier Silvia Panetto.

CV

Fabrizio Fiorani: portiamo nell'alta cucina il gelato, la zuppa inglese

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Fabrizio Fiorani, gran pastry chef italiano, scherza con una foto sul suo libro Tra l'onirico e il reale (Chiriotti Editori)

Si scalda subito, Fabrizio Fiorani, gran pasticciere: «Io certe cose non le capisco proprio. Vado nei grandi ristoranti di Francia, e mi propongono per dessert il nostro babà napoletano. Benissimo! Invece, qui da noi in Italia, abbiamo paura di mettere in carta - a tutti i livelli - i nostri migliori dolci della tradizione, magari rivisti e resi più moderni. Perché mai?».

Già, perché mai? La domanda aleggia nella sala della Carpigiani Gelato University, ad Anzola dell'Emilia (Bologna), dove il pastry chef romano, classe 1986, è chiamato a una lezione dal titolo "Gelato nella ristorazione: protagonista o comparsa nel dessert?". Lui - che da poco meno di un anno ha lasciato Il Ristorante - Luca Fantin del Bulgari di Tokyo - ha i titoli per offrire uno sguardo diverso sulla parte dolce del menu. Il suo curriculum è lungo così: The Cesar dell'hotel La Posta Vecchia a Ladispoli, Il Pellicano a Porto Ercole, l’Enoteca Pinchiorri a Firenze, La Pergola a Roma, quindi sempre con Heinz Beck al Sensi di Tokyo, tappa nipponica d'esordio prima del Bulgari, appunto, dove lo scorso anno ha conquistato il titolo di "Miglior pasticciere" per la Asia's 50Best Restaurants 2019.

Ora passa tanto tempo in aereo, chiamato per docenze e consulenze in tutto il mondo. Vanta, insomma, un punto di vista sufficientemente distaccato per poter valutare l'Italia dolce con lucidità; competenze tecniche così importanti da sapere bene quel che dice; amore per il nostro Paese così spiccato («In Giappone sono stati per cinque anni, bellissimi, ma non tornerei. Ora sono sempre in giro, ma mi fa piacere sapere che appena posso torno a casa, a Roma») da detestarne le storture.

Carlo Passera

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Colazione al Villa Laetitia di Roma, impeccabile semplicità

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La colazione dell’Enoteca La Torre, all’interno dell’elegante hotel di charme Villa Laetitia, Roma

La luce del mattino che filtra dalla bella vetrata liberty ormai divenuta un simbolo del ristorante e l’atmosfera ovattata e rilassata che si respira nella sala dell’Enoteca La Torre – il ristorante 1 Stella Michelin ospitato all’interno dell’elegante hotel di charme Villa Laetitia – basterebbero da sole per scegliere questo luogo non solo per un pranzo o una cena speciale ma anche per iniziare la giornata.

Il ristorante guidato dal giovane e bravo chef Domenico Stile e dal restaurant manager Rudy Travagli in sala, infatti, apre le sue porte per la prima colazione non solo a chi pernotta nelle camere dell’hotel ma anche agli ospiti esterni: professionisti e uomini d’affari che cercano un luogo riservato e accogliente per incontri di lavoro a prima mattina, soprattutto.

In pochi infatti ne conoscono l’apertura mattutina e la posizione non esattamente strategica, in quest’angolo un po’ defilato del quartiere della Vittoria affacciato sul Lungotevere oltre cui si trova il rione Flaminio, non lo rende il luogo ideale per darsi un appuntamento solitamente più veloce di quello per un pasto gourmet. Eppure, per chi ama il rito della colazione, questo si rivela un luogo magico – e romantico, all’occorrenza – anche a prima mattina.

Non vi aspettate buffet opulenti o preparazioni troppo elaborate. Proprio come per il ristorante, qui l’eleganza si gioca sul garbo e sulla qualità più che sullo sfarzo, in apparente contrasto con l’ambiente sontuoso della villa che ospita l’albergo di proprietà di Anna Venturini Fendi e l’Enoteca La Torre. E se i piatti del menu di Stile uniscono grande sostanza a presentazioni che non possono non catturare anche lo sguardo, la prima colazione è decisamente più all’impronta della semplicità pur se molto curata.

Luciana Squadrilli

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