Italian FOOD&WINE Festival

Anthony Genovese e Marion Lichtle

nella foto, Anthony Genovese

nella foto, Anthony Genovese

Il Pagliaccio

via dei Banchi Vecchi, 129a
Roma
T. +39.06.68809595

Due chef is meglio che uàn. Anthony (Genovese) e Marion (Lichtle) hanno anche questo merito, oltre agli svariati altri che riconosceremo loro più avanti: aver imposto il “ticket” nella loro insegna. Lui chef (e che chef!), lei pasticciera (e che pasticciera!). Insieme nel lavoro e nella vita, insieme Anthony e Marion fanno un pugno di lingue, una buona decina di Paesi visitati, molte più ispirazioni nelle loro cucine (mai il plurale fu più opportuno). Ma Genovese ci tiene a precisare: pur essendo il suo nome di battesimo a prova di anagrafe e non un’esotizzazione di un nostrano Antonio, la pianta della sua ispirazione è puramente italica, e le altre suggestioni sono come rami che da questa si dipartono.

Lui ha genitori calabresi, è nato in Francia, ha lavorato in Giappone, Tailandia, Malesia, Cina, si è poi imposto sulla costiera amalfitana (il Rossellinis di Palazzo Sasso a Ravello). Lei è alsaziana – già terra di confine, quindi – ha lavorato a Londra, e ha poi seguito per amore Anthony in molte delle sue peregrinazioni. Il risultato è un cross-over continuo tra Occidente e Oriente, un inesausto cambiamento di linguaggio che non necessità di sottotitoli alla pagina 777, un ritratto spadellato dell’Italia contemporanea, al contempo provinciale e aperta al mondo.

E Roma, che c’entra? Niente, per fortuna. E tutto, naturalmente. Nel senso che una città culturalmente e gastronomicamente bastarda (in senso buono, ça va sans dire) non può che essere magnificamente interpretata da due semiapolidi. Ecco così che il Pagliaccio – nome su cui torneremo – è diventata nel giro di qualche anno la migliore insegna di Roma. No, non ci siamo dimenticati di Heinz Beck: gli è che questi sta in cima a Monte Mario, nel suo eremo lussuoso e collinare, e la città eterna sembra più guardarla che abitarla. Invece Anthony e Marion si sporcano le mani non lontano da Campo de’ Fiori, tra sampietrini e parcheggi in doppia fila.

Già, dicevamo del nome, il Pagliaccio? È un quadro appeso in sala, dipinto dalla mamma di Anthony. Un oggetto che altrove sarebbe una gozzaniana buona cosa di pessimo gusto e che qui diventa manifesto ideologico di un lavoro e di una vita. Chi più dello chef può avere in comune con il clown la necessità di dare là sorrisi, qui gioia anche quando ha la morte nel cuore? Ecco quindi spuntare un Anthony circense, con una punta di malinconia che noi più volte abbiamo visto affiorare nelle pieghe della sua ricerca, e in fondo anche dalla sua fisiognomica sofferta, ieratica, poco adatta allo star system dei fornelli.

Il Pagliaccio è un locale-salotto, fortunatamente lontano dalle rotte “schizzacravatta” del generone romano, del politicame che pure alligna non lontano da qui. Un luogo da iniziati, ma anche da… iniziare, un’esperienza da consigliare. E a proposito: due stelle (Michelin) is meglio che uàn…

Ha partecipato a

Identità London, Identità Milano


a cura di

Andrea Cuomo

Romano, sommelier e giornalista del quotidiano Il Giornale, racconta da anni i sapori della sua città.


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