Chiara Patracchini

La Credenza

via Cavour, 22
San Maurizio Canavese (Torino)
T. +39.011.9278014

«Che pauraaaaa...!». Ossia: capovolgete il vivace brio di Bottura, triturate l’estroversione gioviale di uno Scabin, desertificate la chiassosità istrionica del Vissani di turno. «Non sono abituata a parlare in pubblico, preferisco stare nell’ombra, passare inosservata...», e dicendolo ti squassa con un sorriso angelico, un po’ misterioso e schivo come la sua terra. Dunque un bell’applauso, lì in sala. Anzi due: il primo di incoraggiamento, che serve, la ragazza è giovane e timida; l’altro però tutto al merito, perché è proprio brava, eletta pochi mesi fa migliore chef pasticciere, l’han premiata quelli di Identità Golose, cioè noi, che abbiamo la vista lunga. Chiara Patracchini è figlia certificata del suo Canavese materno (il padre è rodigino). Per la verità più di Guido Gozzano che di Massimo D’Azeglio, per citare due suoi conterranei; quindi buone cose ma di ottimo gusto oppure, per attribuirle un giudizio affibbiato al poeta, «uno dei fiori destinati a generare il frutto». Anzi, ancor meglio, è simile all’eporediese Adriano Olivetti, perché un buon pasticcere non può che essere anche ingegnere certosino degli ingredienti e, perdipiù, vero ideologo del proprio mondo dolce.

Parliamo del territorio perché la storia della Patracchini vi è legata a doppio filo: lei, nata a Cirié nel giugno dell’82, sempre da quelle parti è poi cresciuta, anche professionalmente: cameriera nel ’96 a 14 anni, aiuto-cuoca nel ’99... Galeotto, dopo l’alberghiero di Lanzo Torinese, fu l’incontro con Giovanni Grasso della Credenza di S. Maurizio, durante un corso regionale tenuto, tra gli altri, anche da Luca Montersino. Sotto l’egida dello stellato canavesano ha vissuto quegli scollinamenti che l’hanno condotta per brevi periodi a sciacquare i panni a Jakarta, Indonesia (Shangri-la) e New York (prima Eataly, poi al San Domenico) oppure, meno distante, nelle acque lacustri del Mistral di Bellagio.

«In cucina ho cominciato come commis a tutte le partite finendo, per vocazione, in pasticceria con la fortuna di essere sempre stata seguita da uno chef come Igor Macchia che ha saputo istruirmi sulla preparazione dei dessert», spiega ora che il suo tiramisù rivisitato è diventato un cavallo di battaglia quasi classico. Il suo stile? «Non possono mai mancare quattro elementi che considero fondamentali per la riuscita della ricetta: la consistenza, la croccantezza, la cremosità e l'acidità». Come in una delle sue creazioni più recenti, il Biscotto allo zafferano con mousse al cioccolato tainori e nocciole...

Ha partecipato a

Identità Milano


a cura di

Carlo Passera

classe 1974, giornalista professionista dal 1999, ossia un millennio fa, si è a lungo occupato soprattutto di politica e nel tempo libero di cibo. Ora fa esattamente l'opposto ed è assai contento così. Appena può, si butta sui viaggi e sulla buona tavola. Coordinatore della redazione di identitagolose.it