Arrigo Cipriani

Harry’s bar

calle Vallaresso 1323, Venezia. Tel. +39 041 5285777

Penna “luciferina” (cit. La Stampa). Ateo oltre ogni ragionevole dubbio, convinto che «l’aldilà è un menu degustazione imposto da uno chef che non sa cucinare ma passa il tempo in tv» (cit. Corriere della Sera). Persuaso che la nouvelle vague della cucina italiana sia un bluff di proporzioni colossali, ha affondato stilettale impietose sugli chef mono, bi e tristellati. Compreso Cannavacciuolo di cui dice: «Ha scritto più libri di Proust», e non ha l’aria di un complimento. Lui però non scherza, visto che conta al suo attivo circa 15 pubblicazioni con le più importanti case editrici italiane. E circa 70 cuochi (non chef, attenzione!) al proprio servizio.

Ma lui è Arrigo Cipriani, classe 1932, e può permettersi questo e il resto, persino di inseguire Orson Welles in stazione per fargli pagare il conto, a saldo della solita bottiglia di “Dom Perignon ghiacciato e dodici sandwich ai gamberetti”. Il signore primo Novecento a suo agio in monopetto di lino purissimo giallo lucente è l’erede del leggendario Harry’s bar, lato ovest di piazza San Marco a Venezia, dichiarato nel 2001 patrimonio nazionale dal Ministero dei Beni Culturali. L’insegna fu fondata nel 1931 da Cipriani padre, all’anagrafe Giuseppe, inventore del Bellini e del carpaccio, creazioni legate a filo doppio all’arte pittorica visto che prendono il nome da altrettanti pittori veneziani.

Cipriani junior avrebbe potuto vivere in bell’agio come molti figli-di, con i suoi 200 milioni di fatturato all’anno e 25 locali sparsi per il mondo. E invece ha preferito rassegnarsi alla condizione di Prigioniero in una stanza (è il titolo di un volume edito per i tipi di Feltrinelli) raccontando col suo lessico intriso di soda caustica aneddoti e segreti dei clienti dell’Harry’s. Vittorio Gassman, esplosivo e depresso. Onassis, che rompeva i piatti. Eugenio Montale, che mangiava con le mani e si inzaccherava tutto. E poi Ernest Hemingway che all’Harry’s aveva un suo tavolo riservato nell’inverno tra il 1949 e il 1950 data di ultimazione del romanzo Di là dal fiume e tra gli alberi, in cui il bar veneziano è citato diverse volte.

Poco meno di un secolo di storia italiana e internazionale custodita senza gelosia da Arrigo Cipriani, che di sé dice: «Sono l’unico uomo al mondo che si chiama come un bar, non viceversa».

Ha partecipato a

Identità Milano


a cura di

Sonia Gioia

Cronista di professione, curiosa di fatto e costituzione, attitudine applicata al giornalismo d’inchiesta e alle cose di gusto. Scrive per Repubblica, Gambero rosso, Dispensa