Degourmettizziamoci

Anna Zinola, dell'ateneo di Pavia, contro la banalizzazione del termine. Affinché non diventi specchietto per le allodole

17-04-2017

Se tutto è gourmet, nulla lo è: Anna Zinola, docente di Psicologia del marketing all’Università di Pavia, contro l'abuso del termine (nella foto, il quadro semiotico degli amanti del cibo, secondo Squadrati)

Prima c’è stata la pizza gourmet, poi l’hamburger gourmet. Ora è il turno dei pop corn e delle caramelle. Industriali e vendute al supermercato o sugli scaffali dell’Autogrill. Nulla di drammatico, per carità. Tuttavia viene spontaneo chiedersi che cosa voglia (ancora) dire oggi questa parola, quale senso gli attribuiscano gli addetti ai lavori e quale significato vi leggano i consumatori.

Partiamo da una constatazione: l’uso eccessivo ha portato alla sua banalizzazione. Definire una ricetta o un alimento gourmet dovrebbe equivalere ad attribuirgli un valore aggiunto in termini di selezione delle materie prime, cura della preparazione, qualità organolettica, resa estetica. Significa definirlo implicitamente eccellente.

Oggi gourmet spesso non è più sinonimo di eccellente quanto, piuttosto, di diverso. Non necessariamente migliore. Basta proporre un abbinamento insolito degli ingredienti oppure presentare il prodotto in un modo differente et voilà, il gourmet è servito. E il prezzo è aumentato. Sì, perché spesso aggiungere questa parola al menu di un locale o alla confezione di un prodotto equivale a gonfiarne il prezzo. Tanto più se si tratta di un piatto tradizionalmente povero o di una referenza potenzialmente junk, come le caramelle. Prendiamo il caso dei marshmallow: un barattolo di marshmallow "gourmet" costa circa 3.50 euro. Un prodotto del tutto simile – venduto in busta e “non gourmet” – è in vendita a poco più di 1 euro.

La parola "gourmet" è diventata anche un marchio di una linea di cibo per gatti. Sarà anche buonissimo, i felini sembrano apprezzare. La questione è un'altra. Zinola si chiede: non si abusa forse del termine?

La parola "gourmet" è diventata anche un marchio di una linea di cibo per gatti. Sarà anche buonissimo, i felini sembrano apprezzare. La questione è un'altra. Zinola si chiede: non si abusa forse del termine?

Ma c’è anche un altro aspetto: se tutto è gourmet, allora nulla è gourmet. Nel momento in cui questa etichetta viene aggiunta a molti, moltissimi prodotti in molte, moltissime categorie perde qualsiasi valore. Anche solo quello di segnalare una, per quanto generica, diversità. Ciò è tanto più evidente nel momento in cui – come accade oggi – la gourmetizzazione non riguarda solo il cibo (hand made o industriale) ma tutto ciò che vi ruota intorno. Basta fare un giro in rete per trovare soggiorni gourmet, pentole gourmet, week end gourmet, elettrodomestici gourmet. Viene voglia di ritagliarsi un angolino a-gourmet dove poter mangiare (o cucinare) in pace!

Al di là delle battute, resta un interrogativo: davvero non abbiamo (più) le parole per dirlo? Davvero il nostro linguaggio – quando parliamo di cucina – si è impoverito a tal punto? Se è così, allora è giunta l’ora di rifondare il vocabolario del cibo. E recuperare il significato originario del termine gourmet (e non solo di quello).


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