Cartoline dalla Florida

Il meglio e il peggio di una settimana tra Miami e Sanibel, inseguendo Hemingway, granchi e una cacio e pepe vegana

02-04-2017

Fatico a ricordarmi da quanti anni non andavo da qualche parte per una settimana con l’imperativo di riposarmi e non, in prima battuta, di mangiare bene. Doveva succedere, è successo e ora lo racconto, evidenziando i 12 ricordi più forti e non necessariamente souvenir esclusivamente golosi. Il tutto in ordine cronologico lungo la rotta Miami (anche bella), Key West (delusione totale), Sanibel (colpo di fulmine, non solo per le conchiglie) e di nuovo Miami (che bello il Como hotel), Florida quindi.

1. The Bazaar by José Andrés. C’è tanta verità quando ti dicono che a Miami si mangia davvero male. Poi però ci sono le eccezioni, rare. Una è nel segno di un uomo di grande spessore come José Andres, spagnolo delle Asturie, classe 1969, la gavetta al Bulli e lo sbarco in America nel 1991. Ora guida un gruppo di 22 insegne costruito sul concetto di tapas. Al Bazaar mi hanno impressionato l’Insalata russa, con le verdure di sempre tagliate grosse come dadi da gioco, e la Paella di capelli d’angelo al nero di seppia e gamberi.

2. Café Croissant. Sempre meglio non fare la colazione negli alberghi-dormitorio, ma dove andare? Al 1684 di Coral Way, al Café Croissant di due fratelli gemelli francesi di Montpellier. Per una ventina d’anni hanno spadellato in un ristorante vero e proprio, poi hanno alzato il piede dall’acceleratore e sono scivolati nella periferia sud ai margini della Dixie Highway. Chissà se mi capiterà di gustare nuovamente il sandwich alla lampuga, mahi-mahi sulla costa atlantica.

3. La casa di Hemingway. Non credo sia più così per i giovani che oggi sognano di diventare scrittori avventurosi, ma per decenni Ernest Hemingway è stato un mito assoluto. Quindi anche noi in pellegrinaggio alla casa che occupava a Key West, ultimo fazzoletto di terra americana al termine dell’autostrada sull’acqua che unisce le Keys. Peccato che, dopo grandi panorami, arrivi nella caricatura della Key West che fu. Non cascateci. Tutto triste, datate e fasullo. Si salvano i gatti nel giardino della villa del premio Nobel e galli e galline che girano liberi.

4. Buffalo wings o ali di pollo piccanti. Sarebbero state create per caso, un venerdì sera del 1964, nella città di Buffalo da una cuoca italo-americana. Teresa Bellissimo, questo il suo nome, per servire della carne come snack  ai bevitori più religiosi al termine di un giorno di magro, fece saltare delle ali. Fu un successo che non termina mai e si celebra un po’ ovunque. Queste le abbiamo divorate in una improbabile pizzeria sull’isola di Sanibel.

5. Spaghetti in scatola. A parte che spaghetti non sono, almeno dal disegno sull’etichetta, ma pasta con le polpette questo sì. Fanno inorridire al solo sguardo. Credevo appartenessero a un passato sempre più remoto, mi sbagliavo.

6. Lighthouse Café. Si presenta, vicino al faro di Sanibel, come il luogo della «The world’s Best breakfast» e ottima lo è per davvero la colazione lì al Lighthouse Café, dalle Eggs benedict alle polpette di granchio. Accanto ecco la gelateria Pinocchio, che di italiano ha solo il nome. Assenza totale di qualità.

Una porzione a colazione, sull'isola di Sanibel, di Strata, insolite lasagne di pane

Una porzione a colazione, sull'isola di Sanibel, di Strata, insolite lasagne di pane

7. Strata ovvero la Bennet’s famous strata, sorta di porcellose lasagne preparate con fette di pane francese riccamente condite, due tipi di formaggi, uova, latte e dettagli vari a seconda delle giornate. Incredibile ma vero: è una bontà ricca ma leggere e digeribile senza affanni.

8. Farmers market. Da non perdere. A Sanibel lo organizzano la domenica e di certo la politica di Donald Trump non aiuta chi ci crede. Su questa isola famosa per le conchiglie che si arenano con una facilità incredibile, merita anche Jerry’s foods, supermercato nel quale tutto ti invita a riempire il carrello. Acquistata e pappata con soddisfazione l’italianissima robiola del Caseificio dell’Alta Langa di Bosia (Cuneo). Chissà se la ritroverei in futuro vista la guerra dei dazi della nuova presidenza americana.

9. Como hotel Miami. Tanto coccolo a Sanibel il Tropical Winds Beachfront, un po’ motel e un po’ cottage, tanto bello e intelligentemente lussuoso il Como Metropolitan a Miami Beach. Golfo del Messico per il primo, Atlantico per il secondo. Stai davvero bene in entrambi, ma in uno devi pensare a tutto, nel secondo pensano tutti per te. E il Traymore è un ristorante coi fiocchi, sia i piatti sia il servizio.

10. Stone crab. Pescato tra ottobre e maggio, e poi rigettato in mare perché gli ricresca la chela asportata (o entrambe), è considerato una squisitezza e così finisci per mangiarne anche di mediocre. Per fortuna al Traymore le chele erano fresche e dolci e hanno riscattato quelle deludenti lungo le Keys.

La Cacio e pepe vegana e crudista di Matthew Kenney al Plant di Miami

La Cacio e pepe vegana e crudista di Matthew Kenney al Plant di Miami

11. Cacio e pepe. A Roma la Cacio e pepe è una cosa molto seria e guai tradirla. Ma Miami dista oltre 8mila chilometri dalla nostra capitale e certi dogmi perdono di forza. Così capita che pranzi al Plant, il formidabile ristorante di Matthew Kenney, genio della cucina vegana e crudista, e rimani stregato dalla sua versione. Spaghetti di alga, che non vengono cotti in acqua bollente ma reidratati in acqua fredda, pepe fresco, crema di olive e olive essiccate, più del verde a dare volume e colore. Li adoro senza essere vegano (e di certo mi aiuta non essere nemmeno romano).

12. Il vecchio e il mare, quello di Sanibel. Sono rimasto stregato dalla serenità dello sguardo di questo signore. Il titolo era d’obbligo (e la foto è quella in apertura).


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