L'Unesco ha sfornato la pizza pi¨ buona

L'Arte del Pizzaiuolo Napoletano Ŕ diventata Patrimonio dell'umanitÓ. Otto anni di impegno e due milioni di firme

07-12-2017

Attenti, non la pizza napoletana in sé, bensì L'Arte del Pizzaiuolo Napoletano, cosa ben più importante, è diventata parte integrante del Patrimonio culturale immateriale dell'umanità come ricordato nel sito del Ministero delle Politiche Agricole che ha seguito tutto l’iter. Giusto gioire per la decisione presa all’unanimità a Jeju in Corea del Sud dove si era riunito il vertice dell’Unesco.

Splendida la motivazione dell’organismo delle Nazioni Unite secondo il quale «il sapere culinario legato alla produzione della pizza, che comprende gesti, canzoni, espressioni visuali, gergo locale, capacità di maneggiare l'impasto della pizza, esibirsi e condividere, è un indiscutibile patrimonio culturale. I pizzaioli e i loro ospiti si impegnano in un rito sociale, il cui bancone e il forno fungono da "palcoscenico" durante il processo di produzione della pizza. Tutto questo si verifica in un'atmosfera conviviale che comporta scambi costanti con gli ospiti.

Partendo dai quartieri poveri di Napoli, la tradizione culinaria si è profondamente radicata nella vita quotidiana della comunità. Per molti giovani praticanti, diventare Pizzaiolo rappresenta anche un modo per evitare la marginalità sociale».

Da ammirare il lungo lavoro che ha portato al successo, un percorso iniziato nel 2009 a livello di Mipaaf, ministro allora il veneto Luca Zaia, per proseguire grazie alle associazioni napoletane di categoria e alla Regione Campania, con il dossier della candidatura e la delegazione coordinati dal professor Pier Luigi Petrillo. Se deve essere scelta una figura su tutte, non possono esservi dubbi: Alfonso Pecoraro Scanio, salernitano, già ministro delle risorse agricole dall’aprile 2000 al giugno 2001, quindi poco più di un anno ma importante per conoscere i meccanismi politico-lobbistici che muovono la materia. Poi i due

Alfonso Pecaoraro Scanio a Sydney per perorare la causa della pizza napoletana

Alfonso Pecaoraro Scanio a Sydney per perorare la causa della pizza napoletana

anni, da maggio 2006 a maggio 2008, come ministro dell’ambiente, importanti a loro volta. Già segretario dei verdi e attuale presidente della fondazione Univerde, ha avuto reinventarsi tramontata la sua stella politica. Certo non ha raccolto da solo i due milioni di firme, ma nessuno si è impegnato come lui e nella sua scia tanti altri ancora come Francesca Marino e la piattaforma di Mysocialrecipe.

Nessun altro Paese vanta un così alto numero di beni patrimonio dell’umanità: 54. E va esclusa dal computo la Dieta Mediterranea perché la condividiamo con Marocco, Spagna, Grecia, Cipro, Croazia e Portogallo. Per Napoli è un bis e non un debutto: nel 1995 il suo centro storico divenne patrimonio dell’umanità. Ventidue anni dopo tocca al suo piatto più famoso la mondo, così unico, a differenza di pasta, caffè e riso pensando ad altri valori gastronomici italiani, da non avere traduzione in qualsiasi lingua al mondo. E’ pizza ovunque. Poi è anche vero che in tanti luoghi al mondo sono convinti di averla inventata loro, Chicago e gli Stati Uniti ad esempio.

Le pizze di Franco Pepe e Renato Bosco formato il piatto simbolo dell'edizione 2018 di Identità Golose il prossimo mese di marzo a Milano. Una scelta fatta a prescindere dal riconoscimento Unesco perché la pizza è Italia, ovunque vi sia un maestro pizzaiolo

Le pizze di Franco Pepe e Renato Bosco formato il piatto simbolo dell'edizione 2018 di Identità Golose il prossimo mese di marzo a Milano. Una scelta fatta a prescindere dal riconoscimento Unesco perché la pizza è Italia, ovunque vi sia un maestro pizzaiolo

Questo riconoscimento dovrebbe contribuire a mettere ordine nella materia. Non si stratta di un copyright, ma di fare chiarezza e valorizzarne le radici. Con una speranza: che la materia sia trattata con tanta intelligenza e poco folclore. Che l’ingegno a Napoli abbondi è certo, purtroppo anche superstizione e folclore, due aspetti che non facilitano il flusso e il confronto delle idee. Nei forni cittadini la pala per infornare va a braccetto con il corno rosso, molti lo trovano bello.

Speriamo che questo premio non diventi il pretesto per imbalsamare il mondo della pizza napoletana. Intervistato da un cronista partenopeo, alla domanda “adesso cosa cambia per lei?” Franco Pepe, che è casertano di Caiazzo e ha uno sguardo e pensieri che abbracciano il mondo, ha risposto con una sola parola, di cinque lettere: «Nulla». Del resto, nello stesso capoluogo, al di là di feste e brindisi, i vari Coccia e Sorbillo, Attilio (Pignasecca) e i Salvo non hanno bisogno dell’Unesco per essere riconosciuti maestri. Sono i mediocri che sbandiereranno questo successo per strappare qualche cliente e qualche comparsata in più.


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