Principi di Butera, il Nero d'Avola nel cuore e nell'anima

La tenuta siciliana di Zonin si affida all'enologo Froio: tanti progetti sul vitigno autoctono. E una sorpresa sul Syrah

20-07-2018

Il baglio, simbolo del Feudo Principi di Butera

Viaggiando lungo i cinque chilometri di vigneti che circondano il Feudo Principi di Butera, la tenuta siciliana della famiglia Zonin, si comprende anche la passione e la dedizione del direttore ed enologo Antonio Paolo Froio: conosce ogni singolo metro dei “suoi” vigneti, dalla composizione del terreno fino al microclima.

Il direttore ed enologo Antonio Paolo Froio

Il direttore ed enologo Antonio Paolo Froio

Froio è stato chiamato dalla famiglia Zonin tre anni fa: «Mi hanno dato praticamente carta bianca – spiega, anche con un pizzico di giustificato orgoglio, il bravo enologo originario della Calabria – L’importante è puntare alla qualità».

Ma Antonio Paolo Froio ha guardato oltre. E continua a farlo, giorno dopo giorno, puntando al massimo.

I vigneti dell'azienda e, in lontananza, il baglio

I vigneti dell'azienda e, in lontananza, il baglio

L’azienda nasce nel 1997, quando la famiglia Zonin decide di fare questo importante investimento in Sicilia in una zona che, forse, non era particolarmente conosciuta. E forse un po’ sottovalutata.

A Butera, attorno all’antico baglio del sedicesimo secolo che è stato poi interamente ristrutturato, prende forma un’azienda che è un vero angolo di paradiso: si tratta di un possedimento complessivo di 320 ettari, dei quali circa 180 vitati, oltre la metà a Nero d’Avola. Nel 2000 esce la prima produzione dell’azienda, nel 2002, invece, viene inaugurata la grande cantina realizzata appena sotto il baglio e che può disporre della tecnologia e, soprattutto, dell’esperienza Zonin. I risultati sono subito apprezzati.

Poi nel 2016 la decisione di affidare Feudo Principi di Butera a Froio, classe 1975: l’enologo ha subito tanti progetti per la testa. E obiettivi chiari: «La mia idea è semplice – spiega – Ci troviamo in una zona particolarmente vocata per il Nero d’Avola e voglio che questo vitigno sia valorizzato per tutte le sue caratteristiche». Proprio tutte.

Proprio questa spinta verso il Nero d’Avola permette la nascita di un vino che ha avuto immediatamente riscontri positivi: il Neroluce Brut. Si tratta di un metodo Charmat (o Martinotti), quindi con fermentazione in autoclave, che stupisce non solo per freschezza, ma anche per un bouquet aromatico che varia dalla frutta al floreale, con un accenno di speziatura. Un vino dall’enorme bevibilità, realizzato solo con Nero d’Avola.

Il Neroluce, lo spumante brut di Nero d'Avola

Il Neroluce, lo spumante brut di Nero d'Avola

«Voglio far capire la bellezza di questo vitigno, della sua grande versatilità, che permette di realizzare anche degli ottimi spumanti» insiste Froio.

Passando poi in cantina, si notano con facilità alcune centinaia di bottiglie di spumante (piene, si intenda) accatastate da parte, in affinamento, come avviene per i Metodo Classico. Froio sorride: «Parlavamo della potenzialità del Nero d’Avola? Bene, quello è un altro progetto. Ma ne parleremo più avanti, quando sarà pronto…».

Le "misteriose" cataste nella cantina del Feudo

Le "misteriose" cataste nella cantina del Feudo

Non è difficile, a tal punto, comprendere cosa arriverà presto dalla cantina del Feudo. E sarà anche curioso provarlo, per capire se il direttore abbia davvero ragione. Anche perché, ancora più “segreto”, ci sarebbe un altro progetto legato al Nero d’Avola, ma di questo è ancora prematuro parlarne. Ma è la dimostrazione come Froio continui, come detto, a guardare oltre.

Tornando ai vini più “tradizionali”, nella linea delle Selezioni, il Nero d’Avola 2016 è un vino che esprime decisamente il carattere del vitigno, ma anche del terroir: non è un vino prepotente, ma è intenso senza essere invadente, con piacevoli note di frutta rossa che si amalgamano a speziature leggere, e con un finale piacevolmente fresco e sapido, grazie anche all’influenza del mare che dista pochi chilometri in linea d’aria dal Feudo.

Alcuni dei vini degustati

Alcuni dei vini degustati

Di maggiore spessore, poi, il Deliella 2015, il Cru di Nero d’Avola, realizzato con rese molto basse di circa 45 quintali ettaro (ma le rese basse sono nel Dna di tutta l’azienda, per garantire prodotti di qualità), con una maturazione si protrae per 18 mesi, in tonneaux da 350 litri e in botti di rovere di Slavonia da 30 ettolitri cui fa seguito un ulteriore periodo di 12 mesi di affinamento in bottiglia prima dell’immissione al consumo. Vino piacevolmente complesso, con un’ottima struttura che fa pensare a una capacità di affinamento per vari anni, ma molto piacevole (soprattutto in abbinamento) fin da subito. Un naso ampio e ricco, sempre intenso ma non “grasso”, si sposa con una bocca piacevolmente sapida e anche un po’ tannica, e un finale che lascia il palato pulito, regalando un piacevole retrogusto fruttato e anche leggermente floreale.

Ma c’è solo Nero d’Avola? No, affatto. «E’ vero che i 180 ettari vitati sono a corpo unico – spiega il direttore Froio – ma c’è una grandissima variabilità di tipologia di terreni. Ci sono aree maggiormente calcaree e ricche di scheletro, mentre altre più argillose e quindi adatte ai bianchi».

Antonio Paolo Froio insieme a Francesco Zonin

Antonio Paolo Froio insieme a Francesco Zonin

L’esempio arriva dall’Insolia, vitigno autoctono siciliano, che nell’annata 2017 riesce comunque ad esprimere una grande acidità e sapidità, con delicate note di frutta. Il Grillo 2017 si esprime con una maggiore intensità, ma le caratteristiche di freschezza e bevibilità sono riconducibili allo stesso stile del vino precedente. Così come lo Chardonnay: se in Sicilia si pensa a questa tipologia di bianco troppo spesso come vino intenso e corposo, nel caso del Feudo Principi di Butera troviamo una piacevole eleganza.

La cantina e lo stemma del Feudo

La cantina e lo stemma del Feudo

Ma qualcosa, ancora, bolle in pentola: oltre alla valorizzazione del Nero d’Avola, senza mai sottovalutare anche gli altri vini, il secondo obiettivo del direttore Antonio Paolo Froio si chiama Syrah. «Come detto, abbiamo dei terreni molto vari. Io credo molto nel Syrah, perché sono convinto che si possa fare un ottimo vino, con caratteristiche varietali, ma che abbia un’impronta territoriale importante. I terreni che abbiamo qui a Butera si prestano moltissimo a questo vitigno».

Il Syrah è già presente nella linea Classica: un vino che certamente stupisce per finezza ed eleganza, per una pulizia assoluta che, d’altronde, caratterizza tutti i vini dell’azienda siciliana. Ma l’obiettivo è quello di avere un Syrah in purezza anche nella linea superiore. Anche in questo caso non ci resta che aspettare. E assaggiare.


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