Suavia, là dove c’era un vulcano

Nuova generazione al femminile per l'azienda veronese dei Tessari. Ha puntato su vecchi ceppi di Trebbiano, con successo

04-06-2018

Le rocce vulcaniche nei terreni di Suavia, nel veronese

Non siamo alle pendici dell’Etna né sotto il Vesuvio. Alle spalle le piccole Dolomiti, davanti le anse dell’Adige che placidamente segna la pianura veneta fra Verona e Vicenza. Quella di Soave è terra vulcanica. E in pochi possono immaginare che qui, milioni di anni fa, c’era il mare, punteggiato da piccoli atolli rocciosi. Questa è, da secoli, terra di vini, scura, ricca di minerali, che respira poggiata su rocce basaltiche. Custodi di questo patrimonio, fatto di tradizione ma oggi soprattutto di innovazione, sono Valentina, Meri e Alessandra, le tre figlie di Giovanni e Rosetta Tessari. Con loro Suavia, azienda di Fittà (piccolo cru nel comune di Soave), è diventata l’emblema di un nuovo modo di produrre e proporre i vini di queste zone, troppo spesso purtroppo ancora penalizzati da un brand non in linea con le attuali produzioni di qualità.

Alessandra, Valentina e Meri Tessari

Alessandra, Valentina e Meri Tessari

Ricerca, selezione, tecniche di coltivazione e di cantina, promozione e tanto lavoro danno vini, tutti rigorosamente bianchi, recentemente assaggiati a Milano, da L'Alchimia, il nuovo locale di Alberto Tasinato (leggi: Anteprima: a Milano arriva L'Alchimia di Alberto Tasinato). Ed è stato amore a prima vista.

Gli uvaggi sono quelli autoctoni: Garganega e Trebbiano di Soave, quest’ultimo riscoperto, reimpiantato ed esaltato dalle fermentazioni in acciaio, ormai pressoché le uniche utilizzate da Suavia. «Abbiamo realizzato una caccia al tesoro – spiega Valentina Tessari, l’enologa di famiglia – andando alla ricerca dei vecchi ceppi di Trebbiano impiantati da nostro nonno in questi terreni calcarei e nel corso del secolo scorso abbandonati in favore della più produttiva Garganega. Lo abbiamo fatto nella certezza che questo uvaggio abbia un enorme potenziale ed esprima al meglio le caratteristiche del nostro territorio».

Una strada ora percorsa anche da altri produttori per i quali Suavia ha svolto il ruolo di apripista. Primo prodotto in assaggio, frutto del rinascimento dell’antico Trebbiano di Soave, è Opera Semplice, un metodo classico a dosaggio zero, senza aggiunta di solfiti, che fa della freschezza e della nitidezza i suoi caratteri distintivi. Dalla novità alla tradizione. Una verticale di Soave Classico DOC, il Monte Carbonare, prodotto che interpreta al meglio l’evoluzione stilistica e la filosofia di Suavia. Le prime produzioni risalgono al 1982 quando la forte uva Garganega, qui esposta a Sud Est e coltivata con il metodo della pergola veronese con le radici ben affondate nella scura terra di Soave, ha iniziato a essere oggetto del lavoro e della passione di Giovanni Tessari.

La nostra degustazione

La nostra degustazione

Da allora molto è cambiato. Il Soave Classico, inizialmente affinato anche in legno, è ora affinato in vasche d’acciaio. In bottiglia arriva un vino concreto, dal notevole potenziale di invecchiamento grazie alle caratteristiche di mineralità che passano dal terreno al vino. Si inizia con un 2013, fresco, sapido con profumi di mela al naso e al palato e una sfrucugliante punta di pietra focaia. A seguire il 2006 nel quale la nota fumè diventa predominante. Una  grande annata per un grande vino che "sa di terra” e offre una spiccata mineralità. L’eccellente diventa sublime nell’annata 2002, la migliore fra quelle proposte. Stupiscono la sua intatta freschezza, nonostante abbia superato l’adolescenza, e gli idrocarburi pronunciati. Per chiudere in bellezza ecco servito il “ventenne” 1998, eccezionalmente fresco e acido al punto giusto, ovviamente complesso e strutturato, dal profumo di mimosa e dal colore più ambrato che rivela il passaggio in barrique successivamente abbandonato da Suavia a partire dalla produzione 2000.

Terminato questo viaggio nella storia, la degustazione prosegue a tavola dove, accompagnati dai piatti preparati dalle sapienti mani dello chef Davide Puleio, sono sfilati nei bicchieri anche l’ultimo Monte Carbonare in commercio, il 2016, il seducente Massifitti 2015, altro Trebbiano di Soave in purezza omaggio alle storia e proiezione verso un roseo futuro per questo vitigno ritrovato, il Le Rive 2015, vellutato e armonioso, ottenuto da uve raccolte nel tardo ottobre, pressate sofficemente e quindi maturate in barrique e acciaio per i primi 15 mesi e quindi solo in vasca per altri 15. Assaggi che confermano la qualità dei prodotti, la bontà delle tecniche e il coraggio nelle scelte, a volte anche controcorrente, di una famiglia innamorata del suo vino e del suo territorio.


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