Sul trattore con Roberto Ceraudo (ma ancora per poco)

«Dico stop ai mezzi pesanti in campagna, rovinano il terreno. Voglio tornare alla flora batterica di 100 anni fa»

09-10-2017

Roberto Ceraudo alla guida del trattore. Ci ha spiegato i nuovi progetti della sua azienda agricola a Strongoli, non lontano da Crotone

Girare sul trattore con Roberto Ceraudo su e giù per i suoi terreni, a Strongoli, vicino a Crotone; dimostrarsi un milanese che saprà forse di brunchsocial, ma poco o nulla di campi e natura; eppure scoprire che l’intruso è proprio il trattore.

Roberto Ceraudo

Roberto Ceraudo

Ore 5,15 del mattino: Ceraudo passa una prima volta, col suddetto trattore, a fianco della foresteria (che verrà completamente rinnovata) a fianco del Dattilo, il ristorante di famiglia. Per lui (anzi, per loro: lui e il trattore) la giornata di lavoro è già iniziata – fortunamente l’appuntamento che ha invece con noi è fissato più tardi. Giornata di lavoro, si diceva: ma il trattore sta per andare in pensione. Vi spieghiamo perché.

Passo indietro: Ceraudo, agricoltore di sangue arbëreshë, è un sognatore, di quelli che pencolano sempre pericolosamente tra visione e pazzia. Nel 1990 s’invento il primo agriturismo in Calabria, quando già aveva sposato la filosofia bio. A indicargli la svolta un episodio di tre anni prima – gestiva l’azienda dal 1973, quando l’aveva rilevata da stato di abbandono, impegnandosi in un mutuo trentennale: «Stavo facendo i trattamenti ai vitigni quando l’atomizzatore si ruppe e mi spruzzò di antiparassitari. Dopo qualche ora iniziai a star male, finii in Rianimazione per sei giorni, per avvelenamento grave, tra la vita e la morte. Quando ne uscii mi dissi: “Roberto, o lasci l’agricoltura, o lasci la chimica”». Ha scelto la seconda strada, «non ne uso più in cantina, sul terreno, sulle piante. Niente».

Oggi produce circa 70mila bottiglie, nelle varie tipologie: vini eccellenti, che stanno accompagnando Identità anche nella nostra trasferta negli Stati Uniti. Gli ettari coltivati sono poco più di 60, dei quali 20 a vigneto, 37 a uliveti, poi 2-3 di agrumeti e uno dedicato a orto e seminativi.

La filosofia bio funziona: «Attorno a noi ci sono 10mila ettari di macchia mediterranea, procediamo al rimboschimento con eucalipti o alla creazione di pascoli per la razza podolica. Ricreiamo insomma quel contesto di biodiversità originario che era andato distrutto. Ritroviamo così un equilibrio». Ma i parassiti? «Ci sono centinaia di specie di insetti che vivono in questi terreni, ma solo una veramente dannosa: la lobesia botrata. Nel 1988 ne catturavamo settimanalmente tra i 250 e i 300 esemplari; oggi, anche senza trattamenti, siamo a 6 o 7 catture dall’inizio dell’anno. Perché? Perché recuperiamo il bilanciamento originario; crescono i predatori naturali, la piante si difendono meglio, si ricrea un ambiente sano. Ho calcolato in circa 172mila le piante messe a dimora in 50 anni di lavoro».

Ed ecco che Ceraudo è pronto a fare l’ulteriore passo: «Ora voglio riuscire a tornare alla flora batterica di 100 anni fa». Come? Eliminando i mezzi pesanti: «Noi usiamo il trattore, un veicolo meccanico che va a schiacciare la parte superiore del terreno, la “uccide” per così dire, non la fa respirare. Diventa sterile, impermeabile all’acqua. Pensiamo poi ai lombrichi, tanto per fare un esempio… Io voglio invece toccarla il meno possibile, liberarla da questo continuo schiacciamento: se si usano solo tagliaerbe e zappe, tornano gli insetti sul terreno, così anche le erbe, i semi, l’humus. La vite stessa formerà radici capillari e uniformi in superficie. Questo significa una pianta più sana, grappoli migliori». Obiettivo: «Il mio nuovo sogno è quello di produrre uno dei sette grandi vini d’Italia», grazie a queste tecniche. Ceraudo chiede: «Datemi altri 15 anni».

Ps: a noi che la sera prima abbiamo cenato al ristorante dell’azienda, il Dattilo appunto, affidato alla figlia Caterina (ne abbiamo scritto qui: Metti una sera a cena al Dattilo), Roberto il sognatore spiega: «Un ristorante di alta cucina è l'unica cosa che non mi sono mai sognato di fare». Ci è arrivato, come dire, per necessità: «La ‘ndrangheta in passato, in questa zona, ha fatto 85 morti in 15 anni. Se avessi aperto un ristoro agrituristico, avrei dovuto ospitare anche certi personaggi… Allora ho scelto un modello diverso, il mondo del vino mi forniva qualche esempio. Un ristorante gastronomico costa, produce poco utile, ha bisogno di fornitori: io ho fatto squadra con 22 persone sul territorio, sono la mia “difesa naturale” contro i malavitosi. E poi: questi ultimi hanno i loro informatori nelle banche, vanno dove c’è liquidità. Io ho solo debiti…». 


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