Newsletter 104 del 09 agosto 2017

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Ci fu, tra il 1985 e il 1995, un presidente del Real Madrid che si chiamava Ramon Mendoza. Calcio e affari a parte, come barca aveva la copia della goletta America a cui dobbiamo l’ultrasecolare regata di Coppa America. Non solo questo però. Possedeva anche una scuderia di cavalli e quando la stagione calcistica non era troppo brillante diceva che il Real rischiava di assomigliare a uno dei suoi purosangue, quello che aveva chiamato Agonia «perché sembra non tagli mai il traguardo».

Mi sono venuti in mente Mendoza e il suo Agonia leggendo il comunicato dell’Osservatorio di Città del Vino nel quale si legge che «Se ne parla da anni, ma rischiamo anche in questa legislatura di non avere un quadro normativo ad hoc per un settore che vale 14 milioni di arrivi enoturistici e 2,5/3 miliardi di euro (secondo l’ultimo Osservatorio di Città del Vino/Università di Salerno). E mentre impazza in tutta Italia l’estate del vino, tra feste nei luoghi pubblici, sagre, eventi serali, l’Associazione Nazionale Città del Vino ribadisce la necessità di una strategia nazionale per rilanciare il settore. Una strategia che non prescinde dai territori, dai Comuni e dalle Strade del Vino, ideali e capillari cabine di regia pubblico-private.

Ha detto il presidente Floriano Zambon: «Niente modelli all’americana in un Paese con secoli di storia, arte, paesaggi e monumenti. Alcune Strade hanno fallito, altre hanno avuto successo. Ripartiamo dai modelli positivi per esportarli in tutta Italia». Certo che è davvero triste che un tema e un comparto così importante per il nostro Paese, sia vittima della nostra politica. Una autentica agonia.

Poi è facile dire che ci sono problemi ben più importanti, ma se il parlamento non legifera sull’enoturismo che futuro ci aspetta in materia?

Paolo Marchi

I testi della newsletter sono a cura di Raffaele Foglia

Scriveteci a: identitadivino@identitagolose.it

 

Franchetto e un Soave che conquista

Giulia Franchetto con la mamma e papà Antonio

L’entusiasmo non manca. Ed è un ingrediente molto importante per chi, in una zona come il Soave, vuole fare buoni vini. L’entusiasmo si legge nel coinvolgente sorriso di Giulia Franchetto, 27 anni, che assieme alla sua famiglia sta portando avanti il suo sogno di fare una produzione di qualità. La sfida nasce dalla volontà di “uscire allo scoperto”.

«Ci siamo chiesti: perché se facciamo uva buona dobbiamo venderla agli altri che poi fanno il vino che porta il loro nome? Facciamo il nostro – spiega Giulia Franchetto, illustrando la nascita dell’azienda Franchetto – La nostra famiglia coltiva le vigne da sempre ma solo negli ultimi anni abbiamo deciso di fare la nostra linea produttive, le nostre bottiglie. Tra il 2002 e il 2007 abbiamo fatto tante prove: era buono, ma non era esattamente quello che voleva mio papà. L’anno successivo abbiamo fatto il nostro primo vero Soave e da allora abbiamo migliorato di anno in anno».

L’azienda, ereditata da papà Antonio nel 1982, conta di 15 ettari, metà dei quali a Terrossa, una zona che, come dice la parola stessa, ha un particolare terreno ricco di minerali. In totale la produzione si attesta attorno alle 40mila bottiglie annue e non si utilizza legno in nessuna fase della produzione: solo acciaio, per preservare al massimo le caratteristiche delle uve.

Soave (quindi Garganega, come uva), ma anche Durello, con uno Charmat e due Metodi Classici da 36 e 48 mesi sui lieviti. Ci piace, però, concentrarci sul Soave. La Capelina 2015 (13mila bottiglie all’anno) è un vino freschissimo, intenso, con aromi floreali e un ottimo frutto, una nota leggermente balsamica e grande acidità. Il 2016 è meno pronto, sicuramente, ma esprime ancora meglio la freschezza e delle note di agrume e di mela, con ottime prospettive. Una azienda da seguire negli anni a venire.


Giovanni Sordo, otto volte Barolo

Per capire cosa sia esattamente il Barolo, forse bisognerebbe semplicemente parlare dei Barolo, al plurale. La più prestigiosa zona vitivinicola piemontese, infatti, è caratterizzata da una differenziazione enorme di terroirs, che possono essere meglio individuati con la zonizzazione dei cru.

La Cantina Sordo ha compreso questo aspetto, andando a realizzare non solo un Barolo tradizionale, frutto di un blend delle varie zone, ma riuscendo a portare in bottiglia ben 8 cru differenti, in particolare dal Comune di Castiglione Falletto (dove l’azienda ha il suo cuore), ma anche da Verduno, Novello, Serralunga e Monforte.

L’azienda ha 53 ettari di vigneti, 38 dei quali destinati al Nebbiolo da Barolo. Nascono così il Monvigliero (Verduno), dove spiccano note fresche e floreali, il Ravera (Novello), più fruttato, il Gabutti (Serralunga), con struttura e note balsamiche, il Perno di Monforte, del quale vengono realizzate circa 46mila bottiglie, che trova la sua forza in un ottimo bilanciamento, il Parussi (Castiglione Falletto), con un tannino più marcato, il Rocche di Castiglione, dove la nota fruttata ben si sposa a sentori speziati, il Villero, sempre di Castiglione Falletto, che è forse il meno “immediato”, ma che esce alla distanza con un bouquet molto ampio, e il Monprivato, vino dal futuro assicurato con un bel tannino presente ma non aggressivo.

Da segnalare anche le Riserve, in particolare il Perno 2006: dopo 11 anni dalla vendemmia, è un vino ancora giovane.


Petelia di Ceraudo, un inno all'estate

Petelia di Roberto Ceraudo: 50% Greco Bianco e altrettanto di Mantonico

 

Un vino bianco per l'estate è il Petelia dell'azienda agricola Ceraudo. Siamo in Calabria a Strongoli e l'agricoltura sostenibile che il pioniere Roberto Ceraudo ha avuto per la sua azienda agricola ha riscoperto l'uso di vitigni autoctoni. Petelia (antico nome della città di Strongoli) è creato con il 50% di Greco Bianco e altrettanto di Mantonico. Il Mantonico bianco, da non confondersi con il Montonico (varietà prevalentemente dell’Italia centrale), è diffuso soprattutto nella Valle del Neto e nel Marchesato crotonese.

Usato, da sempre, per la produzione di vini passiti e da meditazione, predilige vinificazioni in purezza proprio come il Petelia.

L'annata 2016 alla degustazione svela, sia al naso che in bocca, una raffinata aromaticità. Ossigenandolo, al naso, avviene un cambiamento, l'aromatico sembra svanire e viene fuori un bouquet di fiori e frutta accompagnato da note di miele e di agrumi. Le conferme arrivano al palato con un calore intenso e piacevole. Un vino che sorprende per semplicità apparente e versatilità di abbinamento.

Cinzia Benzi

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Con Bakari i vini diventano spensierati

Bakari ConFondo, il vino rifermentato in bottiglia da uve Cortese

Chi pensa che solo i vini complessi, ricchi e un po’ aristocratici siano buoni? Beh, così si fa un grosso errore, perché tante volte basta bere un vino spensieratamente. Ed è questa l’idea di base di Bakari, la linea di bottiglie venete nate con l’idea di produrre un vino semplice, ma non banale, facile da bere, senza troppi pensieri. Bakari nasce dal desiderio di cinque professionisti del settore di creare vini “naturali”, fatti bene, a un costo accessibile. L’esperienza che fa maturare il progetto è quella di un selezionatore di vini (Raffaele Bonivento) , un enologo (Damiano Peroni), un vignaiolo (Stefano Menti), un ristoratore (Luca Fullin), un’artista (Emanuela Tortora) che ha curato i disegni delle etichette.

Nascono da uve da agricoltura Biologica o comunque in conversione Biologica, da fermentazioni spontanee su lieviti indigeni, da vinificazioni in vasi vinari neutri (inox, cemento, vetroresina), per garantire la naturale espressione organolettica di vitigno e territorio. Vini di grande freschezza e dal basso grado alcolico, con livelli di solforosa estremamente contenuti e dichiarati espressamente in etichetta.

Tre le referenze: Bakari Bianco 2016, Garganega in purezza, molto immediata e franca. Il Bakari Veneto Igt Rosso 2016, invece, viene realizzato con Cabernet Franc, Merlot, e Petit Verdot, vinificato in acciaio e affinato in cemento, fermentazione spontanea e non filtrato, è un rosso “facile”, senza troppe pretese ma ben concepito, pulito e piacevole. Il più interessante è il Bakari ConFondo, Cortese in purezza, fermentazione spontanea in acciaio, seconda fermentazione in bottiglia con aggiunta di mosto passito di Garganega: un vino intrigante, con tanta frutta gialla al naso e con in bocca una secchezza che si amalgama alle sensazioni morbide dettate dalla rifermentazione in bottiglia. Insomma, buoni vini spensierati.


Si scrive Brachetto, si legge Niades

La mitologia greca e il piemontese insieme in un bicchiere. Si scrive Brachetto, si legge Niades, perché porta una suggestione, evocata da Cesare Pavese: «Ulisse al vedere la sua terra, la baciò, e supplicò alle Naiadi».

La Cascina Garitina – fondata a Castel Boglione nel 1900 e oggi guidata da Gianluca Morino, quarta generazione - ha sempre amato dare ai suoi vini nomi avvolti alle proprie radici nel cuore del Monferrato, come pegno di un’armonia da preservare. Ma sa anche infrangere gli schemi, con naturalezza. Difatti, questo Brachetto si conquista una sua libertà, lasciando alle spalle l’immagine di vino dolce e accostandosi ai cibi salati con un’audacia elegante.

La libertà si respira e si gusta tutta: non a caso, il suo slogan è «Sweet to be free». Il vino ideale per un aperitivo, capace di valorizzare i formaggi, persino da prima colazione se si pensa al breakfast salato. Del resto, ormai Niades viaggia in tutto il mondo: Shanghai, Hong Kong, Texas, Connecticut e altri Stati americani non trascurando naturalmente New York. Poi ha incantato la vecchia Europa ed è in dirittura d’arrivo a Beirut.

Nella vendemmia 2016 (4,5 gradi, la gradazione solitamente viaggia tra i quattro e i cinque) il suo classico rosa antico ha agguantato una nota viola brillante e il profumo ha condotto con più decisione nei boschi tra fragoline e lamponi, lasciando spazio quindi alla rosa selvatica.

Marilena Lualdi

 

Il Chiaretto diventa Doc e saluta il Bardolino

Il presidente del Consorzio del Bardolino, Franco Cristoforetti

Il Chiaretto si separa dal Bardolino e diventa una doc autonoma. Il Bardolino, a sua volta, torna alle proprie origini ottocentesche e valorizza le tre sottozone storiche: La Rocca, Montebaldo e Sommacampagna. Lo ha deciso l’assemblea dei produttori bardolinesi, su proposta del presidente del consorzio di tutela, Franco Cristoforetti. Una scissione nata nell’estate del 2008 e arrivata ora al suo completamento.

Con la Rosé Revolution del 2014 il Chiaretto ha compiuto una netta scelta stilistica, accentuando il proprio carattere di rosé chiaro, secco e agrumato e assume ora piena indipendenza con una doc a sé stante. Il Bardolino accentua invece la propria connotazione territoriale, mettendo a frutto i risultati della zonazione del 2005 e del progetto Bardolino Village che ha visto una quindicina di produttori impegnati dal 2015.

«Torniamo così – afferma Cristoforetti – per i nostri rossi di punta a quelle tre sottozone che erano già state dettagliatamente descritte da Giovanni Battista Perez alla fine dell’Ottocento, quando i vini migliori della zona erano esportati in Svizzera per essere serviti insieme con i Borgogna e i Beaujolais». Le tre sottozone del Bardolino doc saranno: La Rocca (relativa ai comuni del territorio dell’antico Distretto di Bardolino), Bardolino Montebaldo (inerente il tratto pedemontano dell’ex Distretto di Montebaldo) e Bardolino Sommacampagna (ossia l’area delle colline meridionali più a sud). Esordiranno insieme al Chiaretto di Bardolino doc con la vendemmia 2018. Per tutti i vini delle doc Bardolino e Chiaretto di Bardolino, la quantità di uva Corvina Veronese sale al 95% dall’attuale 80%.


Tenuta Colombarda, Pagadebit vista mare

Le colline vista mare sono sicuramente già uno spettacolo. E di certo fanno capire quale possa essere l’influenza marina sui vini realizzati da questi vigneti. Ci troviamo a Cesena, alla Tenuta Colombarda, 50 ettari tra boschi e vigneti. I 30 ettari di vigneti sono nella frazione di San Vittore. La Tenuta si sviluppa in un’area inserita tra i morbidi rilievi dell’Appennino cesenate, a fianco del fiume Savio e affacciata verso la pianura e il mare Adriatico.

La filosofia di produzione è votata alla qualità, con pochi trattamenti e massimo rispetto dei vigneti. Un esempio arriva dal Pagadebit 2015, vino talvolta sottovalutato: in questo caso si hanno delle rese per ettaro piuttosto basse, attorno ai 60 quintali, su un terreno calcareo. Ne nasce un vino molto profumato, con una nota anche di frutta secca, e in bocca l’acidità trova un ottimo supporto da un corpo abbastanza pieno.

Interessante anche l’Albana di Romagna, sempre annata 2015, che ha una struttura tale da far pensare anche a possibili affinamenti in bottiglia.


Calici di Stelle, pioggia... di appuntamenti

Stelle cadenti e vino buono: un abbinamento che da anni è un vero successo. E quest’anno la “vendemmia” delle stelle potrebbe essere anche interessante, visto che l’Unione astrofili italiani (Uai) prevede fenomeni numerosi e ben visibili.

Siamo alle giornate clou di Calici di Stelle, l’evento organizzato dal Movimento turismo del vino (Mtv) in collaborazione con Città del vino e con la partecipazione proprio dell’Unione astrofili italiani.

Tanti ancora gli appuntamenti: a Pachino (10 agosto) si apriranno per l’occasione le porte dello storico Palmento di Rudinì (XIX secolo); a Morgex in Val d’Aosta, la musica folk dei Fratelli Boniface, sempre il 10 agosto, farà alzare i calici nelle vigne più alte d’Europa. In contemporanea si brinderà in Emilia Romagna oppure a Taranto, con 67 aziende socie Mtv nella magnifica cassa armonica dei giardini di piazza Garibaldi, e – per la prima volta – a Madonna di Campiglio, in un rifugio a quota 1800 metri di una delle perle delle Dolomiti. Nelle Marche (al castello di Morro D’Alba, 10 agosto) si va “Lungo la Scarpa e si sorseggia la Lacrima”. Nel Lazio a Zagarolo (Palazzo Rospigliosi, 10-11 agosto) ritmo di samba e jazz mentre a Nord-Est, a Grado (10-11 agosto) e Aquileia (12-13 agosto), le degustazioni saranno raccontate direttamente dai produttori.

Il 12 agosto sarà poi Cortina e il terrazzo dell’Hotel de La Poste a tenere banco, con 100 grandi etichette italiane. In provincia di Perugia (Gualdo Cattaneo, 13 agosto) vino e street food rigorosamente umbro, con i bambini impegnati nelle osservazioni astronomiche; in Maremma (Manciano, 14 agosto), si balla con tanto di dj set in una wine night con cocktail a base di vino. E ancora il 10 agosto, a San Gimignano, degustazione di vini e musica, alla Rocca di Montestaffoli, e ancora a Montepulciano il 10 e l’11 agosto. Sono centinaia gli eventi organizzati: per saperne di più consultare questo link.


Le 50 candeline del Verdicchio di Matelica

Il Verdicchio di Matelica festeggia i suoi primi cinquant’anni. E lo fa forte delle sue caratteristiche, che lo differenziano in terra marchigiana, e della voglia di reagire al terremoto che ha colpito questa regione lo scorso anno.

Così il 21 luglio si è ricordata la conquista della Denominazione di origine controllata: la prima delle Marche, assieme al Rosso Conero, e la quattordicesima d’Italia.

Con un altro segno particolare: l’unione che fa la forza di un vino con una produzione piccola ma di qualità. Tredici i produttori nell’associazione guidata da Umberto Gagliardi. E a proposito di numeri, ce n’è un altro magico: 43,  il meridiano che garantisce le condizioni ideali nell’Alta Vallesina. Grazie alle montagne non si percepisce l’effetto mitigante del mare.

Con un clima di fatto continentale, le escursioni termiche nette portano a pochi grappoli, pieni di sole e zucchero. E a un vino che sa attraversare il tempo, come ha dimostrato la degustazione: anche per l’annata 2008 si è assaporato un prodotto mai stucchevole in bocca, subito possente e capace di lasciare la bocca pulita alla deglutizione. Ottime ragioni dunque per festeggiare prima con il lancio delle celebrazioni al foyer del teatro, poi con la cena in piazza: protagonista lo chef Diego Bongiovanni.

ML

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Quadra, sei annate a dosaggio zero

 

Sei annate di due diversi dosaggio zero, una verticale che mette a confronto due  interpretazioni dell’essere “Diversamente Franciacorta”. Innovazione e tradizione si ritrovano allo specchio in una giornata che ripercorre vendemmie ed evoluzioni del metodo classico dal 2008 al 2013. È questa la proposta con cui l’azienda Quadra, diretta da Mario Falcetti, si prepara a stupire ancora in occasione del Festival in cantina, in programma il prossimo 16 e 17 settembre in Franciacorta.

L’appuntamento con Quadra è per la mattinata di domenica 17 settembre, nella sede dell’azienda. Protagoniste sono due eccellenze sinonimo di ricerca e sperimentazione: Qzero e Eretiq, il Franciacorta di Quadra che mette al bando lo Chardonnay, scegliendo invece un blend di Pinot Nero e Pinot Bianco.

Il “doppio zero in verticale” firmato Quadra propone per il 2013 l’anteprima di Eretiq con sboccatura “à la volée”(42 mesi) e di QZero con sboccatura “à la volée”(42 mesi) che sarà Riserva. Per il 2012 nei calici le bollicine di Eretiq e di QZero, un’anteprima con sboccatura “à la volée”(54 mesi) che sarà Riserva. Per il 2011 e il 2010 Eretiq e QZero Riserva mentre per le annate 2008 e 2009 sarà QZero il protagonista assoluto.