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GABRIELE ZANATTA
Se avessero più tempo da dedicarci, faremmo scrivere il profilo di Elio Sironi direttamente ai cocineros Ferran Adrià e Quique Dacosta. In visita al Bulgari, il catalano definì gli ingredienti delle pietanze del cuoco brianzolo «un frammento di cultura italiana». Il valenciano si mise invece a scrutare di sopra e di sotto il piatto di Spaghetti in salsa di pomodoro con formaggio caprino e scorza di limone - praticamente la madre di tutti gli Spaghi al pomodoro – come fosse un disco volante planato da Marte.
Se Elio Sironi ha fatto bingo deve ringraziare innanzitutto l’irrequietezza che da glabro lo spinge lontano dall’Istituto Culinario di Milano, messo in saccoccia il diploma: Inghilterra, Germania, Svizzera, Stati Uniti, Giappone, con decisive puntate al Pitrizza in Costa Smeralda e al Palace di Madrid, i luoghi che gli dettano la teoria e la pratica della cucina internazionale, nel suo caso imbastita sulla somma armonica dei sapori diversissimi delle varie cucine territoriali. Con questo bagaglio, a fine Novanta e inizio Duemila, indossa i panni del free-lance di mondo e collabora attraverso Ice (Istituto per il commercio estero) e Accademia della cucina italiana all'estero con una gragnuola di ristoranti qua e là nel globo.
Nel 2003, la chiamata alle armi della storica maison gioielliera cui Sironi risponde con la V di Churchill (che poi è anche la V di Bvulgari): vinceremo. E infatti i palati esigenti in visita al design-hotel in centro a Milano si arrendono subito ai colpi della golosa macchina da guerra sironiana, un concentrato di materie di sangue blu, legato dai vincoli della concretezza palatale, della molteplicità testurale e dell’abbagliante mediterraneità, talvolta ravvivata da qualche ingrediente a sorpresa. Prego, provate i Piccoli morsi a tavola, percorso in 12 step commestibili. Da condividere, però, che da soli non è mai la stessa cosa.