Oliver Glowig

Oliver Glowig

hotel Aldrovandi Villa Borghese
via Ulisse Aldrovandi,15
Roma
T. +39.06.3223993

L’uomo che visse a metà prova finalmente a farlo per intero. Oliver Glowig sbarca a Roma e c’è subito profumo d’evento. La sfida per lo chef di Düsseldorf non è tanto il derby da Bundesliga con il bavarese Heinz Beck, a cui pure lo accomunano tante cose oltre al certificato di nascita, ma dare continuità per tutto l’anno a una cucina gonfia di talento ma che fino a oggi si è espressa soltanto su scene prettamente turistiche, e quindi con una stagione di sfrenata vitalità e un’altra di malinconico letargo.

L’hotel Aldrovandi Palace, tra Villa Borghese e i Parioli, che già fu teatro delle gesta capitoline della famiglia Iaccarino, gli offre la chance di una clientela da conquistare e titillare tutto l’anno. E con essa la prospettiva di aggiungere alla sua già congrua playlist di suggestioni meridionali (inteso nel senso più ampio che un tedesco dà a questa parola: praticamente tutta l’Italia è Sud) le rustiche tradizioni di giogo e di vanga della cucina romana, che lui promette di proporre in menu “con juìcio”, dopo una fase di studio nella quale in carta – nel locale che porterà il suo nome, a firma insindacabile – punterà sul suo repertorio.

Oliver è una brutta bestia (e Roma pure: auguri!). Da tedesco che ha scelto l’Italia, e che da noi ha messo su famiglia – a proposito: i due menu degustazione romani sono dedicate alle figlie Aurora e Gloria – vive il nostro Paese con un mix di amour fou e severità teutonica. A lui, faccia da bimbo dispettosi, è stato rimproverato in questi anni di tutto: di essere troppo schivo, di trascurare i clienti in sala, di rifugiarsi in contesti “cult” ma di nicchia (L’Olivo del Capri Palace, poi Montalcino dove ha trascorso l'inverno 2010-11 a Poggio Antico).

Ma lui, Oliver, ha risposto parlando poco e mostrando, come accade a tanti stranieri, più rispetto per le nostre origini di noi stessi. I suoi menu subito da 1 stella (Michelin 2011) e poi 2 stelle (2012) valgono Mameli-Novaro (e Battisti-Mogol) come inno d’Italia: pomodorini e basilico, caciotte e ricotte, limoni e olive, carciofi e burrate. Tutto semplice e di michelangiolesca qualità, perché non c’è bisogno di mettere in cornice la Cappella Sistina, o le mutande al David. E se il grande albergo metropolitano con la sua clientela sofisticata lo costringerà ad alzare un po’ l’asticella, poco importa. Come si fa a spaventare uno convinto – e noi con lui – che non ci sia nulla di più difficile di un piatto di linguine pomodori e basilico comme-il-faut?

Ha partecipato a

Identità Milano


a cura di

Andrea Cuomo

Romano ma ora a Milano, sommelier, è inviato del quotidiano Il Giornale. Racconta da anni i sapori che incontra